Balcani, il futuro “passa” ancora da Washington

Generale Giuseppe Morabito – Membro del Direttorio della NATO Defence College Foundation. La cooperazione regionale tra i paesi dei Balcani occidentali (Macedonia del Nord, Albania, Serbia e Montenegro) appare fondamentale per il loro processo di pace e integrazione europea.

Tale cooperazione svolge un ruolo centrale nella stabilità regionale, nei rapporti tra i paesi dei Balcani occidentali e nel loro basilare percorso verso l’integrazione europea.

Le crisi in atto in Israele e Ucraina mettono in risalto quanto sia centrale per i paesi dei Balcani trovare una comune “via europea”.

Essere europei significa impegno per la pace, la solidarietà e la democrazia. L’integrazione europea è tornata all’ordine del giorno dopo anni di stagnazione e ha sottolineato che non si tratta semplicemente di una questione di geopolitica ma dell’essenza di un’Europa unita.

Logicamente a strada è lunga, ma il futuro dei Balcani occidentali è nell’Unione Europea e si devono aprire quelle strade per ottenere rapidamente risultati visibili nell’integrazione, perché le popolazioni dei Balcani occidentali hanno bisogno di vedere che ci sono progressi e devono vedere che il cambiamento è possibile, anche se va riconosciuto un calo di fiducia sia nell’UE sia nella politica nazionale e per questo è assolutamente necessario mantenere le promesse e di garantire che i leader politici nei Balcani occidentali facciano lo stesso.

I giovani e la società civile dovranno guidare il cambiamento ed è necessario il sostegno alla promozione dello stato di diritto nei paesi dei Balcani occidentali.

E’ palese che la principale crisi dei Balcani Occidentali e principale ostacolo a una futura integrazione europea risiede nella crisi del Kosovo e i suoi sviluppi.

Sulla scia dei pesanti scontri tra la polizia del Kosovo e i serbi del Kosovo il 24 settembre, 2023 seguiti da movimenti di truppe serbe e della NATO, il dialogo Kosovo-Serbia, mediato dall’UE e sostenuto dagli Stati Uniti, sono a un punto morto.

Quando la NATO intervenne nel 1999 per fermare le azioni serbe contro gli albanesi in Kosovo, fermò un conflitto ma risolse ben poco. Da allora, i politici “etnonazionalisti” su entrambi i lati del confine hanno vinto le elezioni guidando campagne populiste con la promessa (per Pristina) di affermare il pieno controllo su tutto il Kosovo o (per Belgrado) di ritagliarsi un’enclave etnica serba in Kosovo dove poter ignorare le leggi del paese, a condizione che dimostrino un’assoluta lealtà verso Belgrado.

Per più di 20 anni, la presenza della KFOR e gli incentivi allo sviluppo per entrambe le parti hanno ampiamente impedito che questo conflitto si estendesse nuovamente alla regione.

Ovviamente, la guerra dell’Ucraina a seguito dell’aggressione russa ha cambiato la percezione dell’influenza di Mosca nei Balcani e, più recentemente, l’effettiva espulsione/pulizia etnica degli armeni dal Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaijan appoggiato dalla Turchia, potrebbe significare che il traballante equilibrio si sta rapidamente erodendo e lo status quo sostenuto dal deterrente della KFOR e l’incentivo citato dell’adesione all’UE non regge più.

A inizio anno il tentativo, mediato dall’UE e sostenuto dagli Stati Uniti, di negoziare una pace globale tra Serbia e Kosovo sembrava fare progressi.

A febbraio, il presidente serbo Vučić e il primo ministro kosovaro Kurti avevano raggiunto un accordo che prevedeva, tra l’altro, un autogoverno limitato per i serbi del Kosovo attraverso un’Associazione dei comuni serbi (ASM – concordata per la prima volta in linea di principio nel 2013) e il riconoscimento reciproco dei simboli nazionali, dei documenti e dell’integrità territoriale (quello che Kurti chiamava il riconoscimento “de facto” del Kosovo da parte della Serbia). Nessuno si aspettava che l’implementazione fosse facile.

Vučić è volato a casa e ha immediatamente sconfessato l’accordo davanti al pubblico locale; Kurti (come la maggior parte della comunità a maggioranza albanese del Kosovo) era profondamente scettico nei confronti dell’ASM. Comunque, sono stati convocati i colloqui successivi sull’attuazione e il “treno” era stato rimesso sui binari.

Non c’è voluto molto per deragliare. Ad aprile, i serbi del Kosovo hanno boicottato le elezioni dei sindaci nei quattro comuni a maggioranza serba nel tentativo di aumentare la pressione occidentale sul Kosovo affinché attuasse l’ASM, con conseguente elezione di sindaci di etnia albanese. A maggio, Kurti ha inviato la polizia, nonostante le obiezioni occidentali, a far sedere i nuovi sindaci nei loro uffici.

I manifestanti serbi hanno ferito dozzine di caschi blu della NATO KFOR. Poi, domenica 24 settembre, circa 30 serbi hanno attaccato la polizia del Kosovo vicino alla città settentrionale di Banjska, uccidendo un ufficiale prima di ritirarsi in un monastero serbo-ortodosso.

In una battaglia durata un giorno, la polizia del Kosovo ha neutralizzato quattro e arrestato diversi serbi e rinvenuto un deposito di armi nascoste nel monastero, così come veicoli che, secondo il ministro degli Interni di Pristina, potevano essere ricondotti all’esercito serbo.

Gli Stati Uniti inizialmente hanno risposto con un linguaggio non chiarissimo difendendo la polizia, esortando entrambe le parti a “astenersi da qualsiasi azione che potrebbe infiammare ulteriormente le tensioni” e a riprendere i negoziati.

La risposta della Serbia è stata quella classica di Vučić: giocare con il sentimento nazionalista dichiarando un giorno di lutto per i combattenti serbi martiri, insieme agli sforzi per presentarsi all’Occidente come un’influenza moderatrice, promettendo un’indagine.

Vučić ha iniziato quindi a schierare unità corazzate al confine del Kosovo e per questo Washington ed i suoi alleati sembravano aver finalmente perso la pazienza con Belgrado.

Il 29 settembre, fonti USA hanno definito lo schieramento serbo “molto destabilizzante”, mentre la NATO ha schierato un battaglione britannico per rinforzare la KFOR, e successivamente una compagnia rumena. Allo stesso tempo, l’UE e gli USA continuano a chiedere l’attuazione di tutti gli impegni del dialogo.

Dal punto di vista di Belgrado, le crescenti sfide di Kurti allo status quo sembrano costringere Vučić a dirigere o a consentire ad altri di adottare misure per reagire in nome dell’autonomia serba in Kosovo. Vučić è in difficoltà politica; la salda presa che ha esercitato per anni sul blocco elettorale di destra/etnonazionalista si sta erodendo.

La Serbia si è unita alle critiche internazionali sull’invasione russa dell’Ucraina nell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e questo potrebbe indebolire la base etno nazionalista di Vučić.

I serbi che vivono in Kosovo (e in Bosnia in Montenegro) possono votare alle elezioni serbe, e questi voti sono sempre più importanti. Ciò non giustifica in alcun modo l’accumulo illegale di armi da parte dei serbi in Kosovo, ma questo contesto è essenziale per comprendere il problema.

Vučić si è ripetutamente lamentato del fatto che la KFOR non mantiene quella che ritiene essere la fine dell’accordo. Invece di tenere tutto sotto controllo (ha sostenuto Vučić), la KFOR sta aiutando la polizia del Kosovo a professionalizzarsi, ad acquisire competenze, a dotarsi di attrezzature letali e a trasformarsi in un’organizzazione militare (la politica statunitense sostiene quest’obiettivo).

La presenza del sostegno di sicurezza della KFOR significa che Kurti è in grado di effettuare mosse sempre più provocatorie contro l’autonomia serba in Kosovo senza il reale timore che la Serbia possa reagire.

Oggi, poi, con un comandante di KFOR di nazionalità turca le perplessità serbe sono in aumento (non si può dimenticare che Erogan ha sempre sostenuto una posizione anti serba e non è propriamente definibile un politico equilibrato visto il passato e anche le “farneticazioni” anti israeliane di queste ore.

La maggior parte degli elettori etnonazionalisti serbi condivide ancora la visione per cui la Serbia è ovunque ci siano serbi, ed è dovere e responsabilità di Belgrado difendere i loro diritti. Sebbene Vučić affermi di respingere questa politica, essa ha molti sostenitori.

La capacità della Russia di intervenire a fianco della Serbia in Kosovo è incentrata sul veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Inoltre, Gazprom, di proprietà statale, fornisce ancora la maggior parte del gas naturale di cui la Serbia ha bisogno, e una società russa possiede la più grande rete di stazioni di servizio.

È stato l’oro di Gazprom (letteralmente) a dorare la cupola della cattedrale di San Sava, gloriosamente rinnovata, nel centro di Belgrado.

Né la forte crescita economica della Serbia negli ultimi dieci anni né le sue prospettive economiche per il futuro dipendono dalla Russia. Il futuro della Serbia dipende dall’Unione Europea (UE), anche se per ora l’adesione è fuori portata. Il potere economico del Kosovo e quindi il valore nelle relazioni commerciali impallidiscono rispetto a quelli della Serbia.

Chi scrive è appena tornato da un viaggio in Albania e Kosovo, dove gli è stato confermato quanto appena indicato e l’assoluta dipendenza kossovara dalle decisioni di Washington.

Nessuno a Pristina dimentica il grande impegno dell’amministrazione Clinton e ancora in queste ore, ad esempio, nelle folkloristiche sfilate di auto per celebrare i matrimoni vengono sventolate insieme le bandiere albanesi e statunitensi. Se non è questo un indicatore che Gli USA può decidere molto del futuro… cosa può esserlo?

didascalia: Generale Giuseppe Morabito – Membro del Direttorio della NATO Defence College Foundation

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