“Un capriccio da bambini ci salvò la vita”: il racconto della strage di Vergarolla

In occasione della commemorazione della strage di Vergarolla del 18 agosto 1946, pubblichiamo la toccante testimonianza inviataci da Annamaria Crasti, Vicepresidente del Comitato di Milano dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD). Un testo già apparso su diverse testate di settore, condiviso per rinnovare il ricordo delle vittime, dei troppi bambini e delle famiglie spezzate da una delle ferite più dolorose della nostra storia.

“Quel 17 Agosto 1946, a casa mia, tirava una brutta aria. Noi tre bambini ci eravamo coalizzati contro i nostri genitori.
A quell’epoca  colpa gravissima! Disobbedire a mamna e papà? Impensabile!

Ma noi tre, cocciuti come i sameri, non volevamo cedere ad  “ intimidazioni “ e minacce dí castighi tremendi. Non  volevamo andare a Vergarolla: perché sempre la’, “ perché no ‘ndemo a Valcane che xe tanto bel e no semo mai ‘ndadi? “ E non ci siamo andati a Vergarolla quel maledetto 18 agosto 1946. Per castigo, papà, quel sabato 17, non ci ha portato al cinema Nazionale. Per noi punizione durissima. I nostri capricci infantili ci hanno salvato. Hanno salvato la vita di tutta la mia famiglia. Ma su quella spiaggia ci sono andate intere famiglie… mamme papà con i loro bambini. Tanti bambini.

La strage di Vergarolla è la strage di bambini, ragazzini e adolescenti. Ventitré giovanissimi  ai quali e’ stato negato tutto.
Il diritto di crescere, di giocare, di litigare, della prima  cotta, come tutti noi – io l’ho avuta in seconda media a Trieste per un mio coetaneo, Enrico Tommaseo,  esule da Zara – di studiare, innamorarsi per tutta la vita, sposarsi, metter su famiglia e avere tanti tanti bambini.

Gli assassini hanno rubato loro la vita, bella o brutta, felice o infelice, ma la loro vita, sempre degna di essere vissuta. E che dire dello strazio dei genitori cui quello scoppio tremendo ha tolto la cosa piu’ preziosa: i loro figli? Sono stati capaci, pur con quell’immenso dolore, di sopravvivere, di decidere: “ ndemo o restemo?” Decisione dura, dolorosa…Eppure hanno avuto la forza di prenderla. Di affrontare lo strappo dai genitori che non hanno voluto e potuto lasciare i propri morti, la loro casa, i loro parenti.
L’abbandono della città in cui erano nati, le strade e le piazze, l’ Arena, quel   Tempio di Augusto bombardato e in fase di ricostruzione… Quel mare…con quei colori, dove avevano sguazzato da appena nati, che era diventato parte di loro.

Oppure il coraggio di rimanere. Di capire che stavano restando soli. Famiglie separate per sempre, fratelli che si sono rivisti dopo anni e anni, alcuni mai. Mogli che hanno dovuto accettare la decisione del marito di restare ma che, pur amandolo, non gli hanno mai perdonato quel “ restemo “ e, per  tutta la loro vita non hanno superato quella che per loro era solitudine. Solitudine dovuta alla partenza di tutta la loro  famiglia, di quasi tutta la loro gente.

E i bambini? Confusi, spiazzati. Avevano iniziato le elementari e, giorno dopo giorno, dopo quel dannato scoppio, hanno visto la loro classe dimezzarsi , da trenta scolari a quindici, a sette,  a due…“Dove i xe ‘ndadi, mama? “ E la tua mamma che ti guardava disperata e non sapeva darti una risposta.

In silenzio, gli occhi pieni di lacrime, che si girava dall’altra parte per non far vedere il suo pianto o fuggiva in un’altra stanza per non farti sentire i singhiozzi. Quanto dolore dovuto a chi? Chi e’ stato? Chi ha di nuovo innescato tutte quelle mine? Sulle quali:

Carlo Micheletti 9 anni
Renzo Micheletti 5 anni
Vitaliano Muggia 14 anni
Maria Luisa Niccoli 12 anni
Aurelio Ricatto 10 anni
Gianna Rocco 5 anni
Licia Rocco 8 anni
Gianfranco Roici 11 anni
Lucio Vinicio Roici 15 anni
Aurelia Rupillo 14 anni
Fulvio Saccon 3 anni
Carlo Succi 6 anni
Sergio Vivoda 8 anni
Edmondo Tullio Zelesco 6 anni
Luciano Berdini – 5 anni
Alberto Berdini 3 anni
Adriana Dinelli 5 anni
Nadia Giurina 10 anni
Silvana Marchi 4 anni
Franco Maresi 7 anni
Graziella Maresi 5 anni
Marina Maresi 3 anni
Niccolo’ Martin 10 anni

Mine sulle quali tutti, Marina, Niccolò e gli altri ventuno giocavano spensieratamente , non mostri mortali, ma fantasticamente inventandole cavalli, nascondigli… tutto quello che la fervida immaginazione dei bambini sa inventare. E proprio Marina, Niccolò  e gli altri erano la’, vicino a quegli ordigni, alle 14.10.

Non sotto l’accogliente fresca pineta dove avevano mangiato frettolosamente per  andare a giocare, non a giocare, a morire.
I loro corpi straziati, se ancora esistevano, squartati, diventati brandelli: succulento inaspettato pasto per i gabbiani impazziti.
Ma Marina , Fulvio e Alberto di tre anni  pici innocenti, vittime sacrificate all’odio e dall’odio di menti malate perverse non avevano alcuna colpa. E che colpa avevano  gli altri quarantuno periti in quel disastro? E gli altri, circa quaranta, di cui non si conosce con certezza neppure il numero , sconosciuti allora e sconosciuti ancora oggi.

Ma sconosciuti allora e sconosciuti ancora oggi sono quegli esseri , non degni di essere chiamati uomini, che hanno immaginato, ideato quella strage. Liberi sempre, per tutta la loro vita. Impuniti hanno potuto continuare ad  amare, a far crescere i loro  figli, a vivere una vita normale. Se normale puo’ essere vivere fino alla  morte con un peso simile. Fingere anche con te stesso che quell’orrore che hai  causato sia un atto giusto e non una strage di innocenti. Senza sensi di colpa, senza il rimorso di aver causato dolore e dolore e ancora dolore. Forse fieri di averci costretti a quelle dubbiose, quasi impossibili decisioni “ ‘ndemo o restemo ?” Ma di cui, mai, ci siamo pentiti, ma rammaricati tanto. Mamma, papa’, noi tre fioi semo ‘ndadi.

A causa di quell’esplosione abbiamo vissuto, esuli, una vita tutta diversa da quella che avremmo vissuto in Via Kandler a Pola.
Piena di nostalgia e di rimpianto. Senza mai dimenticare i nostri cuginetti uccisi a Vergarolla, alle 14.10 di quel tremendo 18 Agosto  1946. Noi vivi per miracolo, ammalati per tutta la vita di nostalgia, ma vivi, perché non ci siamo fatti convincere da quel “ gnente bagno, gnente cine! “ (Da un ricordo  di una cara amica). 

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