Trump passerà, ma l’Islam radicale resta. Questo è il pericolo

Diceva Winston Churchill che le guerre non si fanno, ma se si fanno bisogna vincerle. Fermiamoci sul primo punto, le guerre non si fanno. La più ostile alle guerre, da sempre, è la Chiesa,  perché è consapevole che le guerre sono contro la persona che è l’entità più preziosa per quel Dio, Gesù Cristo, annunciato da oltre duemila anni. È un fatto oggettivo che le guerre portano morte, distruzione, fame, disperazione. Al di fuori della pace per l’umanità c’è solo sofferenza.

Il punto però è un altro: le guerre, purtroppo, si fanno e, se si fanno, bisogna vincerle. La sconfitta di Trump sta proprio nel fatto che non ha vinto la guerra con l’Iran.

Ma la domanda è: perché Trump si è avventurato in una guerra contro l’Iran, appoggiando Netanyahu, capo del governo israeliano?

Per essere eletto il Presidente americano ha dovuto avere l’appoggio anche dell’influentissima comunità ebraica che a New York conta 2 milioni di persone di religione o discendenza giudaica. Allora, può fare a meno dell’appoggio della finanza ebraica qualsiasi politico che, repubblicano o democratico, aspiri a diventare inquilino della Casa Bianca? 

Nel contempo può lo Stato d’Israele sentirsi al sicuro quando è perennemente minacciato dall’Iran, che ha giurato di volerlo eliminare?

Nel quadrante della geopolitica internazionale ci sarebbe poi un altro aspetto che non si dovrebbe mai dimenticare: la competizione tra Stati Uniti e Cina. 

Dopo essersi assicurato il petrolio del Venezuela probabilmente Trump voleva mettere un’ipoteca anche su quello iraniano.

Se gli fosse riuscito il colpo di piegare Teheran, Washington avrebbe potuto trattare con Pechino da una posizione privilegiata, controllando enormi quantità di quelle fonti energetiche di cui il Gigante asiatico ha bisogno per il proprio sviluppo. 

I guai agli Stati Uniti (e all’Europa) sono venuti dalla impossibilità di chiudere la partita con l’Iran. Così, schizzando il prezzo del petrolio, i cittadini americani hanno visto diminuire il proprio tenore di vita e nell’urna hanno punito colui che hanno ritenuto responsabile di tale situazione. 

Tra due anni, anche se le elezioni in America fossero vinte dai democratici, il nuovo presidente si troverà a dover sciogliere gli stessi nodi del predecessore.

L’inscindibile legame (almeno finora) tra la finanza ebraica e le élite americane impone sempre a Washington delle politiche che devono tutelare la sicurezza di Israele.

D’altra parte fino a quando ci saranno governi segnati dall’islam radicale, soprattutto in Medio Oriente, Israele si sentirà sempre minacciato e gli Stati Uniti avvertiranno il dovere morale di salvaguardarne la sicurezza. 

l’Islam radicale è il vero problema non solo per Israele ma per l’intero occidente. Le sinistre europee (e dal 4 Novembre anche qualche esponente democratico americano), che occhieggiano all’Islam per conquistare o mantenere il potere, sottovalutano il pericolo mortale in cui stanno trascinando l’intero Occidente.

L’ostilità verso lo Stato di Israele con l’obiettivo di eliminarlo è inserito in quella coalizione anti-israeliana e anti-occidentale a guida iraniana che prende il nome di “Asse della Resistenza“

Dal 1979 (con la rivoluzione islamica), il regime degli ayatollah in Iran considera la cancellazione di Israele un elemento chiave della propria dottrina politica e religiosa. 

Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen,  le milizie sciite in Iraq e Siria, la Jihad Islamica Palestinese (PIJ) a Gaza e in Cisgiordania sono entità finanziate ed eterodirette dall’Iran.  

Della frastornante babele in cui si sono colpevolmente immersi gli occidentali sta approfittando l’Islam radicale che, non riuscendo a prevalere militarmente su Israele, destabilizza le società occidentali con il duplice obiettivo: spingerle a premere su Israele perché abbassi la guardia e, nel contempo, sottometterle usando le loro leggi democratiche. 

Paradossale poi è la posizione di quei democratici americani che s’indignano per l’avventata guerra con Teheran, ma si dicono pronti a finanziare quella di Kiev contro Mosca.

Trump, unico leader occidentale a prodigarsi perché Mosca chiudesse il conflitto con Kiev, è un improvvido guerrafondaio,  mentre sarebbero pacifisti quegli stessi americani democratici che, insieme agli esponenti politici dell’Unione europea, forniscono armi agli ucraini perché continuino a morire in una lotta impari. Così va il mondo. Churchill aveva ragione: se si fanno, le guerre vanno vinte. 

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