L’istriano Gian Paolo Paliaga eccellenza comasca nel campo dell’ottica

Con l’armistizio dell’8 Settembre 1943, in Istria, la vita di molti italiani diventa un incubo. Come molte altre del confine orientale anche la famiglia Paliaga è costretta a scappare per evitare la morte. La sua storia è molto simile a quella dei 350mila istriani, dalmati e giuliani costretti ad andare esuli per il mondo. La riassumiamo in breve, alla vigilia del 10 Febbraio, Giorno del Ricordo.

Gian Paolo Paliaga nasce, il 19 Dicembre 1927, ad Albona d’Istria dove, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, vive un’infanzia serena con i fratelli Lucio e Giannino, con la mamma Jole, maestra elementare della scuola primaria di Albona e con il padre Galliano, ingegnere, dirigente della locale miniera di carbone.

Con la mobilitazione il 10 Giugno 1940, il padre è arruolato nel Genio civile dell’Esercito, istituzione per sua natura “fascista” secondo i partigiani di Tito. Ad Albona, subito dopo la resa incondizionata agli Alleati, le case degli italiani sospettati di anticomunismo, sono segnalate con fazzoletti rossi e nella notte ricevono la visita della polizia slava, che arresta gli occupanti per destinarli, quasi sempre, all’orribile morte nelle foibe.

Il preside della scuola dove la madre Jole è insegnante, viene a sapere che i Paliaga sono nel mirino dei Titini. L’insegnante viene avvisata per tempo ed improvvisa una fuga disperata.

Gian Paolo, che è il primogenito, con un semplice zainetto affronterà la fuga incamminandosi fino a Trieste da solo, cercando di superare il confine da Basovizza. La madre, invece, fugge con i due figli più piccoli, Lucio e Giannino.

Jole lascia la casa portando con sé una piccola borsetta, contenente un gioiello, che intende vendere per assicurarsi del cibo, qualche zolletta di zucchero e pezzetti di cioccolato per i bambini.

Lo scopo è di fingere d’uscire per una passeggiata in modo da non destare sospetti. I Paliaga si allontanano a piedi e, con il cuore in gola, intraprendono la via a zigzag decisi a raggiungere Trieste, ma lungo un percorso diverso da quello intrapreso da Gian Paolo.

Nel loro cammino evitano di prendere mezzi, nessun passaggio e la notte dormono all’interno delle chiese. Per proteggere il fratellino dal freddo, Lucio gli fa scudo con il corpo avvolgendolo insieme alla mamma.

Dopo diversi giorni e fortunosi scampati pericoli, mamma e piccoli raggiungono Trieste dove riescono a ricongiungersi con il fratello maggiore in casa di parenti. Per ristrettezze economiche questi non possono offrire loro ospitalità e neppure un posto sicuro.

Dopo quello che ha passato Jole non si perde d’animo. Con i pochi soldi che le sono rimasti raggiunge Dongo, dove un parente è segretario comunale. Il piccolo comune lariano (diventato famoso per l’arresto di Mussolini e la fucilazione di diversi gerarchi fascisti) è un luogo ostile. Appena si sparge la notizia che provengono dal Confine orientale, i Paliaga sono cacciati.

Gian Paolo non è accettato al liceo di Como e si trasferirà al liceo Borromeo di Pavia, la stessa sorte toccherà al fratello Lucio che andrà a Montepulciano, mentre il fratello più piccolo rimane con la madre.

Sono anni di sacrifici e di duro lavoro. Il padre, ricongiungendosi con la moglie a Como, pur facendo parte del Genio Civile dell’Esercito, ha difficoltà ad integrarsi ed il lavoro resta una chimera.

Diversi comaschi, appena scoprono le origini dei Paliaga, li allontanano. I fratelli per terminare gli studi sono costretti a dividersi. Mentre il fratello Lucio studierà a Montepulciano, a Firenze, al Liceo Cairoli di Varese dove si maturerà per poi laurearsi in Giurisprudenza alla Statale di Milano e diventare, negli anni, uno stimato avvocato del Foro di Varese, Gian Paolo è obbligato a prendere la via di Pavia per iscriversi al Collegio Borromeo. Ai docenti appare presto come un ragazzo intelligente e volenteroso. Grazie anche ad alcune borse di studio riesce a laurearsi in Medicina e Chirurgia a soli 23 anni.

Tornato a Como non tarderà ad affermarsi professionalmente. Anche i genitori, dopo tante amare vicissitudini, riusciranno ad integrarsi nella società comasca.
Il padre parteciperà alla ricostruzione della cupola del Duomo del capoluogo lariano distrutta da un incendio.

Gian Paolo, scomparso nel 2022, è stato una delle figure più importanti e rappresentative del panorama medico scientifico nazionale ed internazionale. È stato uno dei maggiori esperti nel campo della strabologia ed oftalmologia pediatrica. Chi l’ha conosciuto e frequentato negli anni in cui ha esercitato la professione all’Ospedale Sant’Anna di Como, lo ricorda ancora oggi come un uomo di vasta cultura oltre che di insigne studioso.

Oltre che stimato medico è stato un prolifico ricercatore come dimostrano i suoi numerosi studi, tra i quali, “I vizi di refrazione”, “L’esame del visus” “L’ambliologia”. Ancora oggi non è stato accertato l’esatto numero delle vittime delle foibe. Il silenzio imposto (anche dalla politica italiana) sugli orrori dei comunisti titini ha finito per chiudere le stesse bocche di quelle voragini il cui contenuto rivive solamente attraverso il ricordo dei superstiti e dei loro figli.

La vicenda di Gian Paolo Paliaga, come quella di molti figli di esuli, è emblematica: racconta la forza d’animo degli italiani provenienti da quelle terre, i quali hanno lavorato a testa bassa quasi a voler riscattare, con i loro meriti, i tanti caduti nelle foibe.

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