«Don Roberto ha trovato nella Eucaristia quotidiana la sua forza vivificante». Vi proponiamo un estratto centrale della riflessione del Cardinale Oscar Cantoni per l’apertura del processo di beatificazione di don Roberto Malgesini. Tra queste righe il Cardinale svela anche un bellissimo retroscena, finora inedito, sulla vita di preghiera del sacerdote: una piccola finestra nella sua stanza da cui amava contemplare il tabernacolo. Un testo che ci interroga su quale sia, oggi, il vero segreto per diventare strumenti di misericordia.
Viene spontaneo, proprio oggi, in cui abbiamo incominciato il processo per la beatificazione di don Roberto Malgesini, domandarci: qual è stato il segreto della sua vita? Come mai ha potuto vivere una esistenza tutta dedita ai più poveri? Perché la sua vita, così come l’ha impostata, risulta così attraente, tanto da destare ancora oggi un così vivo interesse?
La risposta è molto semplice ed essenziale. Don Roberto ha trovato nella Eucaristia quotidiana la sua forza vivificante. Ha sperimentato in Gesù la sorgente della sua gioia e ha saputo fare di Lui il centro della sua vita, dei suoi affetti, dei suoi desideri e delle sue scelte. Egli è diventato così un vero, convincente modello di vita cristiana per ciascuno di noi.
E non è un caso che oggi, con tutta la Chiesa, celebriamo la festa del Corpus Domini: una occasione in cui commemoriamo il dono pasquale di Gesù, perché noi facciamo della Eucaristia, centro della vita ecclesiale, il cuore della nostra stessa vita e delle scelte conseguenti. L’Eucaristia ci è data per formare in noi l’umano secondo Gesù Cristo.
Vi rivelo un particolare ancora poco noto della vita quotidiana di don Roberto. Nella sua modesta abitazione a San Rocco, in una saletta, attraverso una finestrella, egli poteva puntare lo sguardo nella chiesa sottostante e direttamente vedere il tabernacolo. Così molto spesso don Roberto contemplava Gesù, riposava alla sua presenza quando si sentiva stanco e solo, ricevendo in dono la sua amicizia divina a imitazione dell’apostolo Giovanni.
L’amico è capace di cercare il volto dell’amico, sa ascoltarlo e vivere alla sua presenza. Così don Roberto ha imparato a godere della presenza e dell’azione di Gesù eucaristico, che gli ha trasmesso, con una gioia rinnovata, i suoi tratti umani e divini più caratteristici, ossia la delicatezza, la dolcezza e la misericordia.
Non sono, queste, delle virtù innate, perché sappiamo bene che non nasciamo né miti, né misericordiosi, ma lo diventiamo se, a poco a poco, ci lasciamo trasformare a immagine di Gesù, dall’intima, anche se nascosta, azione della grazia dello Spirito Santo.
Con essa siamo messi in grado di compiere il sacrificio della nostra volontà, ossia scegliere liberamente ciò che Cristo desidera da noi, avendo Lui per primo compiuto non la sua volontà, ma quella del Padre suo. In questo modo siamo chiamati a dare noi stessi per l’opera di Cristo.
Dotati di questi doni, possiamo presentarci trasformati ai fratelli, ai quali riversare dolcezza, pazienza e quella carità che affascina e conquista.
Così ha vissuto don Roberto e in questo modo è stato riconosciuto dai suoi poveri non come un semplice operatore sociale, ma un vero amico di Gesù, così che la sua azione tra gli ultimi è stata una bella, silenziosa, ma incisiva evangelizzazione.
Ha parlato di Gesù da amico con l’autorevolezza che solo l’esperienza può conferire.
Diventiamo anche noi grandi amici di Gesù celebrato e adorato nella Eucaristia, diventeremo miti e umili, pieni di dolcezza e di misericordia, operai efficaci e fecondi nella vigna del Signore. Oscar card. Cantoni
