Settimana Santa a Gerusalemme una Pasqua per tutti

In questa lettera aperta, Adriana Sigilli titolare di Diomira Viaggi, ci porta nel cuore pulsante e ferito della Terra Santa durante la Settimana Santa. Mentre i riflettori dei media si concentrano sui grandi riti di Gerusalemme, il racconto sposta lo sguardo verso le comunità “invisibili” di Betlemme, Gaza e della Cisgiordania, isolate da anni di tensioni e restrizioni. Non è solo la cronaca di una celebrazione difficile, segnata dal silenzio di una città assediata e dalla desolazione di una Via Crucis percorsa da pochi frati tra le pattuglie della polizia. È, soprattutto, l’annuncio di un miracolo concreto: la nascita di un “ponte pasquale” che ha unito le famiglie cristiane locali attraverso la solidarietà e la condivisione di un pasto, trasformando la distanza in comunione. Un testo che ci ricorda come la pace non sia solo un accordo tra potenti, ma un seme che germoglia nei piccoli gesti, capace di trasformare un pane spezzato in un atto di resistenza e speranza.

“Cari amici,

La Settimana Santa a Gerusalemme è stata, ancora una volta, sotto gli occhi del mondo, e sotto i riflettori dei media, tra discussioni sul Sepolcro vuoto, sulle celebrazioni a porte chiuse, sulla Città Vecchia svuotata e silenziosa. Si è parlato di blocchi, di controlli, di permessi negati o concessi, di equilibri delicati. Si è parlato persino dello status quo che regola il Santo Sepolcro. Eppure, tutto questo racconta solo una parte della realtà. Perché la Terra Santa non è solo Gerusalemme. Gerusalemme è il cuore, certo. Il punto più alto, il luogo dove la liturgia della Settimana Santa raggiunge la sua espressione più intensa. Ma la Terra Santa è anche Nazareth in Israele, è Betlemme, Taybe, Gerico e tante altre città della Cisgiordania. E’ Terra Santa per noi anche la Parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza.

Luoghi dove vivono comunità cristiane che, quest’anno, sono state private della possibilità di raggiungere la Città Santa. Non per scelta, ma per chiusure, restrizioni, confini che diventano muri, e molti di loro da due anni e mezzo non vengono a Gerusalemme, dall’inizio della guerra. A Betlemme, nella parrocchia di Santa Caterina, le celebrazioni hanno raccolto una partecipazione numerosissima. Una comunità che si è stretta attorno ai frati francescani, ai sacerdoti, alla propria fede. Un raccogliersi necessario, quasi istintivo. Un modo per non perdere il senso di questi giorni santi. A Gerusalemme, invece, ci siamo ritrovati divisi. Divisi nei luoghi, nei numeri, nelle possibilità.

Chi al Getsemani, chi in una chiesa, chi in un’altra. Una divisione che riflette, in fondo, quella della città stessa. Celebrare la Pasqua in queste condizioni, nella Città Santa, per noi cristiani è stata una ferita. Una ferita silenziosa, ma reale. E nello stesso tempo, la città viveva un’altra dimensione: le famiglie ebree immerse nelle loro festivita’ pasquali, tra momenti di grande affluenza e altri di improvviso silenzio, quando tutto si raccoglie nelle case per lo Shabbat.

Gerusalemme resta così: una città di contrasti, di sovrapposizioni, di tempi che si intrecciano. Ma dentro tutto questo, resta qualcosa che non si può spegnere. Restano i cristiani di questa terra. Una presenza piccola, spesso fragile, ma viva. Una fede che non si arrende. Che continua a celebrare, anche quando è difficile. Che trova strade, anche quando sembrano chiuse. Ed è proprio qui che, sorprendentemente, nasce la gioia e la speranza.

Perché la Pasqua, anche in mezzo alle ferite, continua ad accadere. Non nei grandi numeri, non nelle immagini perfette, ma nei cuori che scelgono di restare. A Gerusalemme, la Via Crucis c’è stata. Un gesto compiuto simbolicamente, con grande emozione e trepidazione: solo sei frati francescani hanno potuto percorrerla, dopo mille incertezze. Desolante vedere solo questo piccolo gruppetto di francescani, accompagnati dalla polizia, e riuscire a pregare, sostando lungo la Via Dolorosa, in una citta’ assediata. Un segno coraggioso e immenso per la comunita’ locale, che nella Via Crucis del venerdi Santo ripone sempre tante attese. E in tutto questo, in questi giorni segnati dalla guerra, dagli allarmi, dalle sirene, questa Settimana Santa che sta per concludersi, si è trovata immersa nella preghiera e nel silenzio. Eppure, anche nei momenti tristi, bui, una luce continua a risplendere.

Posso dirlo con grande gioia: un ponte di pace, un ponte pasquale, si è davvero realizzato. Un progetto nato dopo una mia recente visita ad alcune famiglie di Betlemme e attraverso un appello lanciato con Oasi di Pace, per sostenere le famiglie cristiane di Betlemme. Un’idea semplice ma potente: vivere la Pasqua insieme, anche a distanza. È stato un segno concreto. Un gesto vero. Abbiamo raggiunto tante famiglie donando un cesto pasquale. Abbiamo condiviso, anche a distanza, un pranzo pasquale. Abbiamo trasformato la distanza in comunione. E questo ha fatto la differenza.

Perché è vero: i potenti devono far cessare la guerra e scegliere la pace. Ma anche noi siamo chiamati a costruirla, nei piccoli gesti. E quello che è accaduto in questi giorni è un segno forte: un seme di bene, un segno di grande umanita’, un modo per dire che nessuno deve restare solo. E allora questa Pasqua vissuta così frammentata nei luoghi, ferita nelle possibilità, ma viva nei cuori ci riporta all’essenziale. Alla Pasqua vera. Quella di un pane spezzato e condiviso.

Quella di una tavola che unisce, anche quando le distanze sembrano dividerci. Quella di un’Eucaristia che non è solo rito, ma vita donata, presenza che attraversa ogni confine. In questi giorni abbiamo scoperto che si può essere Chiesa anche così: dispersi, ma uniti, lontani, ma profondamente in comunione. Perché ogni gesto di condivisione ogni aiuto, ogni mano tesa, ogni “Pasqua insieme”, diventa Eucaristia vissuta. E così, tra Gerusalemme e Betlemme, tra famiglie dell’Italia, si è preparato una tavola pasquale più grande. Una tavola dove nessuno è escluso. Una tavola dove la speranza torna a sedersi. È lì che la Pasqua continua ad accadere. Nella condivisione. Nella comunione. Nell’amore che si fa pane. Grazie a tutti per aver reso possibile il mio sogno di una Pasqua per tutti. Buona Pasqua”. Adriana

Condividi:

Post correlati