Questo ricordo è un delicato pellegrinaggio dell’anima di Annamaria Crasti che si svolge tra le colline di Malvicino e le memorie d’infanzia dell’Istria. Attraverso l’immagine evocativa dei ciliegi in fiore — che oggi imbiancano le strade piemontesi come un tempo decoravano le processioni a Orsera — l’autrice tesse un filo invisibile tra il presente e il 1948. È una riflessione profonda sul concetto di “casa”, intesa non solo come mura e pietre, ma come custode di oggetti e ricordi: una tovaglia ricamata, un vecchio libro, il profumo del mare che sembra superare i confini geografici. Un testo che parla di assenze pesanti e presenze ritrovate, dove il desiderio di essere come un albero, con radici certe e immote, si scontra con la dolce e malinconica provvisorietà della vita.
di Annamaria Crasti – Con Andrea e Laura abbiamo deciso di passare la Pasqua a Malvicino. Claudio lo avrebbe voluto, non vedeva l’ora di andarci. Malvicino. Piccolissimo paese – comune di 75 votanti, 20 residenti, dove si sente il silenzio, dove i caprioli vengono a brucare sul prato e, qualche volta anche i cinghiali. Al minimo rumore i caprioli fuggono, eleganti. Con qualsiasi rumore, i cinghiali rimangono a guardarti, impassibili immobili. Arriviamo. Fa freddo, quasi inverno. Saliamo per tre chilometri, tutto una curva. E questa strada che mi ha incantata la prima volta che l’abbiamo fatta, oramai quasi trent’anni fa – un tunnel di castagni lungo tre chilometri, allora in fiore – anche questa volta non mi delude.
Oggi è un tunnel di ciliegi selvatici in fiore. L’asfalto tappezzato di petali bianchi. E, subito, mi vengono in mente le Processioni del Corpus Domini di Orsera, con le strade ricoperte di petali variopinti. Ma non siamo ad Orsera, siamo a Malvicino.
Arriviamo alla stradina di casa, un tappeto verde ricoperto di petali bianchi, fughe di ghiandaie fino al nostro arrivo padrone incontrastate di casa. Ma anche il loro volo riempie l’aria dei loro azzurri e aranci; sono indispettite: dopo mesi e mesi di possesso, quella stradina, il prato non sono più loro esclusiva proprietà. Mi guardo intorno, rapita dal giallo sgargiante delle forsizie, dalla maestosità dei bianchi ciliegi, dal rosso di qualche solitario tulipano. Quei ciliegi maestosi mi fanno ritornare a Orsera.
Bambina di sette anni. E’ la primavera del ‘48. Sono sul carro di zio Piero tirato da due muli, lucidissimi ubbidienti docili. Stiamo salendo sul “ rato de San Martin “. So che quando ne raggiungeremo il culmine vedremo svettare il gigantesco ciliegio di Boveda, la nostra campagna più vicina al paese.
Fino all’autunno del ‘46 meta di spensierate scampagnate di mamma e papà con i loro amici. Allegri merendini di pane croccante e dolcissimo squisito perduto. E’ primavera, siamo arrivati in alto ed ecco apparire, da lontano un enorme ombrello bianco, il ciliegio di Boveda. Con le sue rosse e grosse ciliegie quanti anelli, quante collane, quante coroncine intrecciate con pazienza in gara con le altre bambine, tutte intente a creare stupendi gioielli.
Quel ciliegio dai larghi rami, con la fresca ombra accogliente, ha visto pomeriggi felici, ha ascoltato canzoni cantate con il cuore…voglio vivere così, col sole in fronte…, grida di bambini, partite a carte, giochi. Compiaciuto, e’ stato silenzioso testimone di sguardi amorosi, di carezze nascoste, di momenti di gioia, solo gioia.
Mi riscuoto, sono a Malvicino, anche qua tutto è bello. Dopo la casa di Orsera, l’unica “ casa mia “, questa è “ quasi casa mia “; come l’ho vista, e’ stato amore.
Spalanco porte e finestre, aria aria… dopo tanti mesi dí chiusura e subito verso la chiesa per godere, dall’alto, la bellezza del panorama, sette file di colline verdi di castagni con grandi macchie bianche di ciliegi. Dietro quelle colline, per me, c’è il mare limpido di Orsera, ne sento il profumo, ascolto il suono delle onde che sbattono contro le rocce.
Sono un po’ senza fiato, la salita è ripida. E di nuovo sono a Orsera, non più bambina, donna. Sono passati tanti anni da quando l’abbiamo lasciata. Arrivata alla crosera mi guardo intorno, cercando el rato de San Martin.
Possibile? Non ricordo più? Mi guardo intorno, smarrita, ho dimenticato? Non sono capace di riconoscere i posti tanto amati? Ma non mi ritrovo… dov’è finita quella salita ripidissima nei miei ricordi di bambina? Finalmente passa un giovanotto, parla l’italiano: mi sa dire dov’è il rato de San Martin?
Mi guarda sorpreso e, sorridendo, mi risponde: questo davanti a lei. Quella salita, nei miei ricordi, dura, fatta a fatica dai muli di zio Piero, era una strada che saliva leggermente e dolcemente!
L’ho fatta di corsa, con affanno, piena di paura di arrivare in cima e non rivedere il gigantesco ciliegio svettare da lontano! C’era, c’era, c’è ancora oggi… come vorrei essere un albero che sa dove e’ nato e dove morirà…
E sono di nuovo a Malvicino, sorrido a quel ricordo. Dall’alto vedo la casa “ quasi mia”. Quanto lavoro, tanta fatica, 15 estati passate ad alzare pavimenti, mettere a vista pietre legni e mattoni, ma sempre “ quasi casa mia “.
Ridiscendo. Sono a casa, mi guardo intorno. Tutto mi ricorda Orsera: la tovaglia ricamata da mamma giovane, la piadina a rose rosse, il vecchissimo libro di etnologia di nono Bepi. In cucina i tamisi appesi alle pareti, el sparhert che ho voluto – come a Orsera – tazze caffettiere piatti.
Mi sento meno provvisoria. Finalmente di nuovo “ quasi a casa mia “! Ma non c’è Claudio.
