In un tempo segnato dal conflitto e dall’incertezza, c’è chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte e di continuare ad esserci. In questo accorato messaggio, Adriana Sigilli di Diomira Viaggi condivide la profonda testimonianza della Comunità di Gorgonzola, guidata da don Paolo Zago, tornata anche quest’anno in Terra Santa. Un racconto toccante che parla di “giusti” del nostro tempo, di fede vissuta e di incontri capaci di vincere l’odio, ricordandoci perché il pellegrinaggio non è un semplice viaggio, ma un concreto ed essenziale gesto di fraternità e vicinanza.
“Cari amici,
voglio condividere con voi una testimonianza che in questi giorni mi ha particolarmente colpita. È la testimonianza della Comunità di Gorgonzola, guidata dal parroco don Paolo Zago, che anche quest’anno ha scelto di tornare in Terra Santa. Per il quarto anno consecutivo, nel mese di agosto, un gruppo di sedici pellegrini e nello stesso tempo volontari è partito per vivere un’esperienza che unisce pellegrinaggio, preghiera, volontariato, incontri e conoscenza.
Da quando è iniziato questo lungo periodo di conflitto, hanno scelto di non interrompere il loro appuntamento con questa terra.
Hanno scelto di esserci. E credo che oggi questo abbia un significato ancora più grande. Perché un pellegrinaggio in Terra Santa non è semplicemente un viaggio.
È un atto di fiducia. È preghiera. È incontro. È conoscenza. È volontariato. È solidarietà. È soprattutto presenza.
Il gruppo di Gorgonzola ha incontrato le pietre della storia della salvezza, i luoghi nei quali Gesù ha camminato, annunciato il Vangelo, incontrato le persone.
Ma ha incontrato soprattutto le pietre vive della Terra Santa: famiglie, sacerdoti, religiose, volontari, giovani e comunità cristiane che continuano a vivere qui, nonostante tutto. E proprio dagli incontri è arrivata una testimonianza che mi ha profondamente colpita. Don Paolo mi ha raccontato di aver incontrato quelli che lui stesso definisce i “giusti tra le nazioni” di oggi.
I “giusti” ebrei
Tra gli incontri più significativi c’è stato quello con alcuni giovani ebrei della realtà chiamata “Figli di Abramo”. Sono giovani che scelgono di stare accanto ai contadini palestinesi e di proteggerli dalla violenza. Si frappongono fisicamente tra chi è più debole e chi lo minaccia, parlano con i soldati, cercano il dialogo, cercano di fermare le situazioni di violenza. E per questo, a volte, subiscono insulti, spintoni e aggressioni. Sono ebrei che difendono i palestinesi. Lo fanno non contro qualcuno, ma a favore dell’essere umano. Molti di loro hanno fatto il servizio militare e proprio ciò che hanno visto li ha portati a scegliere, oggi, di impegnarsi concretamente per la pace. Sono poche centinaia, ma rappresentano una testimonianza preziosa: l’umanità può ancora sopravvivere all’odio. Sono uomini e donne che scelgono di stare dalla parte di chi è più fragile, di chi è più povero, di chi subisce. E mi piace pensare che siano davvero, nel nostro tempo, dei “giusti”.
I “giusti” cristiani
Poi c’è l’altro incontro, quello con alcuni cristiani palestinesi a Betlemme. Persone che vivono sulla propria pelle le conseguenze di questo lungo periodo di conflitto e delle tante restrizioni. Persone che hanno perso il lavoro, che hanno visto morire familiari senza poter accedere alle cure necessarie, famiglie che fanno fatica a immaginare il proprio futuro. Eppure, davanti alla domanda più difficile — non provate rabbia? Non provate odio? — è arrivata una risposta che mi ha lasciata senza parole: “Il Vangelo mi chiede di non odiare e di amare il nemico. Non voglio che possano vincere generando odio dentro di me.” Parole che non cancellano il dolore. Non negano l’ingiustizia. Ma mostrano una forza diversa: quella di chi decide di non permettere all’odio di avere l’ultima parola. Uno degli attivisti ebrei, ascoltando una testimonianza simile da parte del parroco di Taybeh, villaggio cristiano più volte colpito dalla violenza, è rimasto profondamente colpito e ha detto: “Se il cristianesimo è questo, è bellissimo.” Questa frase mi ha fatto riflettere molto. Perché forse è proprio qui che possiamo ritrovare il senso più profondo di un pellegrinaggio oggi. La Terra Santa ha bisogno dei suoi pellegrini
Venire in Terra Santa significa vedere con i propri occhi. Significa non fermarsi soltanto alle immagini che arrivano da lontano. Significa incontrare le persone, ascoltare le loro storie, pregare nei Luoghi Santi e comprendere che la Terra di Gesù non è soltanto una pagina della Bibbia.
È una terra viva. Ed è proprio perché è viva che ha bisogno di essere sostenuta. Ha bisogno dei pellegrini. Ha bisogno che le sue comunità cristiane sappiano di non essere sole. Ha bisogno di persone che arrivino, preghino, ascoltino, conoscano, condividano e, quando possibile, offrano il proprio aiuto. Per questo sento di poterlo dire con convinzione: tornare in Terra Santa è possibile.
E tornare oggi è ancora più importante. Ogni pellegrino che arriva riaccende una luce.
Ogni incontro costruisce un ponte. Ogni preghiera nei Luoghi Santi diventa vicinanza. Ogni gesto di solidarietà può aiutare una famiglia, una comunità, una scuola, un’attività a resistere e a guardare avanti. Il gruppo di Gorgonzola lo dimostra con la propria esperienza: anche in un tempo segnato dal conflitto si può continuare a camminare insieme. Un pellegrinaggio non può risolvere un conflitto, ma può fare qualcosa di profondamente umano: può impedire che le persone si sentano dimenticate. Ed è questo, forse, uno dei doni più grandi che possiamo fare oggi alla Terra Santa.
Tornare significa esserci
Noi di Diomira Travel, continuiamo n a credere che il pellegrinaggio non debba essere semplicemente un viaggio, ma un cammino di fede, di fraternità e di incontro.
Venire in Terra Santa oggi significa visitare i Luoghi Santi, ma significa anche incontrare le persone che custodiscono quei luoghi. Significa condividere con loro un tratto di strada. Significa dire loro: “Non siete soli. Noi siamo qui.”
La testimonianza di don Paolo e della Comunità di Gorgonzola è un invito che voglio rivolgere a tutti voi. Non abbiate paura di tornare. La Terra Santa vi aspetta. I suoi Luoghi Santi vi aspettano. Le sue comunità vi aspettano. Le sue famiglie vi aspettano. I suoi cristiani vi aspettano.
Ripartire è possibile. Tornare è importante. Essere presenti oggi è un gesto concreto di pace. La Terra Santa ha bisogno dei suoi pellegrini. Ha bisogno di ognuno di noi.” (Adriana Sigilli)
