Caro 8 Marzo,
vorrei chiamarti festa, ma non ci riesco. Non riesco a vederti colorata di giallo, di mimose, perché ai miei occhi continui a tingerti di rosso.
Faccio fatica a festeggiarti quando, anche in Italia, una donna viene uccisa da chi diceva di amarla. Quando tante donne vivono nel silenzio della paura, prigioniere nelle proprie case. Quando la violenza non lascia lividi visibili ma scava dentro, lentamente, con il controllo psicologico, economico, con parole che feriscono e isolano.
Come posso festeggiarti se, tornando a casa la sera, una donna deve ancora guardarsi alle spalle? Se il possesso viene confuso con l’amore e il silenzio con il consenso?
Io ti sogno diverso. Ti sogno come il giorno in cui non sarà più necessario insegnare alle donne come difendersi, ma agli uomini sarà finalmente chiaro cosa significa rispettare. Ti sogno come il giorno in cui il numero di emergenza 1522 non servirà più, perché nessuna avrà bisogno di chiedere aiuto per salvarsi. Ti sogno come il giorno in cui la libertà sarà un diritto pieno, non una concessione fragile.
Mi chiedo spesso se non ci siamo abituati a semplificarti. Mimose, cene, auguri. Un gesto gentile che dura un giorno. Ma la libertà non è un omaggio floreale. È un diritto che si costruisce ogni giorno, con fatica. E finché resta un cantiere aperto, sospeso, incompleto, io non riesco a chiamarti festa.
Le tue radici, affondano nelle lotte di donne coraggiose che hanno chiesto il voto, lo studio, la parità salariale, la sicurezza, il riconoscimento del lavoro domestico. Donne che hanno messo la faccia e spesso la vita. E allora mi chiedo: non dovremmo onorarti continuando quella lotta, invece di limitarci agli auguri?
Ma il mio pensiero, oggi, va anche oltre ai confini dell’Italia. Penso alle donne iraniane, per cui mostrare una ciocca di capelli può diventare una colpa. Donne che si tagliano i capelli in piazza sapendo di rischiare la vita. Non chiedono privilegi: chiedono di respirare, di scegliere, di camminare senza paura.
Penso alle donne afghane, a cui è stato tolto il diritto allo studio, al lavoro, al futuro. Donne rese invisibili, come se la loro voce fosse un rumore da spegnere. Penso alle donne yazide, rapite, vendute, ridotte in schiavitù. Per un momento il mondo le ha guardate. Poi ha distolto lo sguardo.
Penso soprattutto a tante donne musulmane che subiscono matrimoni imposti, discriminazioni, violenze e che quando trovano il coraggio di parlare vengono accusate di tradire la propria religione o le proprie tradizioni.
E mi chiedo, caro 8 Marzo, perché l’indignazione a volte sia così selettiva? Perché in Europa sappiamo mobilitarci — giustamente — per le guerre, per le crisi internazionali, ma quando si tratta di denunciare con la stessa forza la repressione sistematica delle donne in certi regimi, il tono diventa più cauto, più diplomatico, più silenzioso?
La difesa dei diritti umani non dovrebbe accendersi e spegnersi come un interruttore. Non dovrebbe dipendere dalla convenienza politica. Difendere la dignità delle donne non è un atto ideologico: è una scelta morale.
Allora il mio desiderio, oggi, è semplice e insieme enorme.
Vorrei che tu diventassi un giorno di memoria e di responsabilità. Un giorno in cui guardiamo dove fa più male. Un giorno in cui ricordiamo che la libertà femminile non è ancora universale, che non è garantita ovunque, che non è scontata.
Finché anche una sola donna sarà imprigionata per un velo, picchiata, uccisa, privata dello studio o del lavoro, io non riuscirò a festeggiarti.
Ti vivrò come un impegno. Come una promessa. Come la responsabilità di non restare in silenzio. Con speranza, ma senza illusioni.
Didascalia: immagine creata da I.A.
