La “Tenda della Comunità”: il ricordo di Monsignore Malnati a 50 anni dal terremoto in Friuli

Cinquant’anni non bastano a cancellare il rumore della terra che trema, ma non bastano nemmeno a spegnere il ricordo di una solidarietà che si fece carne e spirito tra le macerie. Monsignore Malnati, ci accoglie con la memoria ancora viva di quei giorni del 1976, quando da giovane assistente della FUCI partì da Trieste con quattro auto e una missione incerta, ma necessaria. In questa intervista, ripercorre i sentieri di Torlano e Chialminis, raccontando di come un popolo ferito seppe trasformare una tenda militare in un’aula di preghiera, di cultura e di rinascita collettiva.

Monsignore, a distanza di 50 anni da quel tragico evento che ha segnato profondamente la vita di un’intera comunità, quale è l’immagine, il volto o l’emozione che più le torna in mente?

Martedì 21 aprile sono stato a Torlano, dove avevamo allestito una provvisoria tendopoli per sistemare le persone che avevano le case danneggiate. Ho incontrato il signor Valeriano che allora aveva 23 anni e oggi ne ha 73; insieme abbiamo ricordato quei giorni. Sono riaffiorate alla memoria la grande generosità dei volontari e il forte desiderio, da parte della popolazione, di stare unita per ritrovare la speranza e ridare senso alla propria vita, non solo per la famiglia o per il lavoro nei campi, ma anche per la propria terra e per l’intera comunità. È tornato vivo il ricordo del popolo friulano, con il suo profondo senso di appartenenza al territorio e la dignità nel costruire e ricostruire ciò che il terremoto aveva portato via, riprendendo insieme la vita grazie a una forte sinergia comunitaria e all’aiuto reciproco. In Irpinia, dove fui presente, ho riscontrato un po’ meno questa capacità; qui invece la volontà di rialzarsi insieme non è mai venuta meno, e il terremoto non è riuscito a spegnere la forza dei friulani.

Quale fu il ruolo/incarico affidatole dal Vescovo per sostenere le persone coinvolte nel tragico evento?

All’epoca ero assistente degli universitari cattolici (F.U.C.I.) . La notte della prima scossa mi trovavo a Trieste per una conferenza formativa: avvertimmo una scossa lieve, scendemmo dalla sede di piazza Ponterosso e vedemmo molta gente in strada, constatando anche i primi danni. Facemmo un giro della città e, ascoltando la radio, ricevemmo le prime notizie, ancora molto frammentarie, su Buia. Mi rivolsi allora all’amministratore apostolico mons. Pietro Coccolin (il vescovo Santin era appena andato in pensione) per chiedere cosa potessimo fare. Mi rispose di andare a vedere sul posto in che modo essere utili. Alle cinque partimmo con quattro auto diretti in Friuli: l’arcivescovo di Udine, mons. Battisti, ci indirizzò verso le zone di Tarcento e Nimis, mentre a Trieste lasciammo alcuni giovani che giravano per la città a raccogliere materiali; in piazza Ponterosso e presso la chiesa di Sion, dove io ero rettore, organizzammo un centro di raccolta. Contattai la caserma militare di via Rossetti, a Trieste, per chiedere una tenda da cucina: ci fornirono tende, una jeep e anche un conducente. Iniziammo così a dirigerci verso Flaipano, Stella e Torlano. A Torlano arrivammo il giorno successivo: la gente era tutta in strada e non era ancora passato nessuno. Ci fermarono e capimmo subito che servivano tende. Con l’aiuto di mons. Santin, che aveva istituito un fondo caritativo, acquistammo una ventina di tende e creammo un primo accampamento. Il giorno dopo, sotto la tenda grande fornita dai militari, cominciammo anche un inventario delle case dalle quali si potevano recuperare oggetti e mobili. Nel frattempo tornai a Udine per mettermi in contatto con Trieste, affinché si cercassero volontari. Ci venne offerta anche la disponibilità di operai della Vetrobel in cassa integrazione: andarono a Flaipano per diversi mesi e furono tra i primi a costruire le case di legno. Il Vescovo di Udine mi chiese poi di coordinare Torlano, Chialminis, Ramandolo e Monteaperta.. In quelle zone si alternarono circa 1800 volontari provenienti da Trieste — muratori, installatori, elettricisti — per sei mesi. La seconda scossa, a Settembre, fu la più devastante; con l’arrivo dell’inverno accompagnammo molte persone negli alberghi di Grado e Lignano. Il mio compito era restare sul posto, garantire continuità e mantenere il collegamento con Trieste, da dove venivano smistati viveri e indumenti. Non esistevano ancora i cellulari, ma Radio Sound ci diede una mano: la jeep dell’esercito era dotata di radio e così riuscivo a comunicare.

Ci sono episodi che raccontano la generosità e la responsabilità della gente friulana?

Tanti. A Stella, sopra Tarcento, la chiesa era profondamente danneggiata e pericolante; così chiesi alla sacrestana di poter entrare per recuperare l’Eucarestia dentro il tabernacolo. Insieme a un giovane universitario di Trieste e a un altro uomo entrammo e riuscimmo a mettere in salvo il Santissimo. Il giorno dopo il tetto crollò, ma il Santissimo era salvo. Ricordo anche una famiglia che aveva avuto screzi con un’anziana vicina rimasta intrappolata in casa: nonostante tutto, entrarono e la portarono fuori in salvo. Il terremoto ha distrutto molte cose, ma la gente ha voluto ricompattarsi come popolo, ritrovando unità e legame con il proprio territorio. Al cimitero di Torlano mi sono recato per recitare una preghiera per le persone che ho conosciuto e con cui ho lavorato. Per quanto riguarda Torlano, ricordo che i viveri faticavano ad arrivare; a un certo punto vidi due camion delle Misericordie di Pescia, provenienti dalla Toscana: li fermai e li dirottai verso Torlano e da quel momento nacque un rapporto meraviglioso. Oggi, a Torlano, è stato fondato un gruppo delle Misericordie.

In che modo la fede ha sostenuto le comunità colpite in quei momenti di dolore e smarrimento? L’aspetto religioso può essere una risorsa nei tempi di crisi?

Tutti i giorni si pregava insieme il Rosario e il sabato e la domenica celebravo la Messa sotto una tenda chiamata “la tenda della comunità”, dove ci si ritrovava tutti. A Torlano si organizzò una sorta di “comune”: c’era chi si occupava delle pensioni, chi del doposcuola, chi della distribuzione dei viveri e del magazzino. Attorno a questa tenda della preghiera nacque il vero senso della comunità. Il vescovo Battisti disse: «Prima le case, poi le chiese». La tenda divenne così l’aula della comunità: vi era un angolo dedicato alla preghiera e ogni sera ci ritrovavamo per una riflessione su un passo del Vangelo, una preghiera e i canti religiosi friulani. Nella frazione di Chialminis lavorai insieme anche con il pastore metodista Claudio Martelli con il quale eravamo già amici a Trieste. Le persone non si riunivano solo per pregare, ma anche per il desiderio di stare insieme. A Luglio, la comunità del pastore realizzò anche uno spettacolo e ci fu una grande festa animata dal gruppo protestante Esercito della salvezza proveniente dalla Germania. Il terremoto non fu soltanto un momento di ricostruzione, ma anche un’occasione di impegno ecumenico; e Trieste, in questo ambito, non è seconda a nessuno.

Il Friuli è diventato un esempio di ricostruzione e rinascita. Secondo lei, qual è stato il segreto di questa forza collettiva?

Lo slancio è un tratto caratteristico di questo popolo. Nel mondo esistono i “Fogolârs furlans” che ebbi modo di incontrare nel 1975 in Canada a Toronto e a Montreal quando andai con monsignor Santin a incontrare le comunità degli esuli e degli emigranti. Al richiamo della “Patria”, così considerano il Friuli in ogni parte del mondo in cui vive un friulano, nacque una grande solidarietà, anche da parte di chi non era stato direttamente colpito. Si rimboccarono le maniche senza aspettare aiuti e si misero subito in movimento per ridare senso al loro paîs, come chiamano la loro terra. Uscirono dall’individualismo e diventarono popolo: non singolarmente, ma insieme, per restituire significato alla vita. Si unirono, senza attendere, facendo ciò che era nelle loro possibilità: ricordo le maestre, i contadini, ma anche persone impegnate nel mondo cooperativo, che si riscoprirono come una grande famiglia. La loro forza e la loro tenacia emersero con chiarezza. La fede fu un elemento centrale.

Dopo mezzo secolo quante persone oggi ricordano la tragedia friulana?

In Friuli tutti, sia chi era del posto sia chi, come noi, arrivava da fuori. Io avevo già vissuto due esperienze durante il seminario, con l’alluvione del Tagliamento e a Firenze. Il vescovo Santin era molto attento a queste situazioni: entrambe esperienze mi aiutarono a rimboccare le maniche e a non fare distinzioni. La tragedia del Friuli è qualcosa che chi l’ha vissuta non può dimenticare. Da essa, però, è nato anche un “fiore”: l’Università, voluta da mons. Battisti, che seppe ottenere la disponibilità dell’ on. Fanfani, avviando così una ricostruzione non solo materiale, ma anche culturale. Battisti desiderava per questa terra una crescita umana e culturale. Un ringraziamento va anche a Zamberletti, che conoscevo personalmente: avevamo un canale diretto e lui desiderava conoscere a fondo il territorio e la sua gente. All’inizio, tra friulani e triestini c’era un po’ di diffidenza, ma presto nacque una grande fraternità. Una sera i friulani ringraziarono i triestini cantando una famosa canzone popolare triestina. In Friuli diedero una mano anche gli ex contrabbandieri della Valceresio, portando, tra le varie cose, anche attrezzi di lavoro per lo sgombero delle macerie, così come le comunità di esuli che, avendo conosciuto la tragedia della loro terra, non rimasero indifferenti. Ho voluto tornare a Torlano, non nei luoghi delle cerimonie, ma in quelli della mia memoria: il bellissimo Ponte degli Angeli, il cimitero, la nuova chiesa, alcuni cortili. Ho cercato quei giovani di allora, oggi uomini, come Valeriano e gli altri miei collaboratori. Un ricordo che mi torna alla mente riguarda il mio rientro alla curia di Trieste: dopo un mese di assenza, tornai in vescovado dove abitavo. Una suora mi mandò dal vicario generale, mons. Bosso, che aveva chiesto di me e che mi disse: «Se non torni subito a Trieste, ti sospendo a divinis», in quanto pensava che avessi lasciato la comunità di Sion senza l’assistenza religiosa. Io gli risposi che avevo provveduto per il tempo della mia assenza con la presenza di un religioso. Poi chiesi, al segretario dell’ amministratore apostolico, mons. Coccolin, di potergli parlare: «Eccellenza, mons. Bosso mi ha detto che se non torno mi sospende a divinis». Lui sorrise e mi disse di non preoccuparmi: sapeva bene dove mi trovavo e cosa stavo facendo.

Didascalia: da sin. Valeriano, Mons. Ettore Malnati, la moglie di Valeriano

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