Nel nostro viaggio in Israele abbiamo raccontato molte delle realtà e situazioni riscontrate. L’iniziale spettacolo di luci della festa ebraica di Hannukkah, vissuta ad Haifa in terra di Galilea, dove tutta la popolazione (ebrei, cristiani, musulmani) celebrava insieme le rispettive festività rappresentate simbolicamente, rispettivamente, dal candelabro a nove luci, dall’albero di Natale e dalla mezza luna.
Successivamente, altre esperienze e incontri: la visione di situazioni dolorose, esito della presenza e persistenza di tensioni e guerre anche là dove sembra esserci una presenza pacifica di persone (riferimento al villaggio druso bombardato da Hezbollah libanesi, in cui quegli stessi cittadini drusi hanno tuttavia dato testimonianza di voler perdonare e volere la pace).
Si è citato, inoltre, l’incontro con le Istituzioni: il Patriarcato Latino di Gerusalemme e, successivamente, la Nunziatura Apostolica in Israele, rappresentanza diplomatica della Santa Sede.
I cordiali colloqui col Vicario Generale Mons.William Hanna Shomali (in assenza temporanea del Patriarca Mons. Pierbattista Pizzaballa) e, successivamente, con il Nunzio Apostolico, Mons. Adolfo Tito Yllana, si sono rivelati importanti e significativi ed hanno consentito di percepire gli sforzi che sono in essere tra le parti, a livello religioso e a livello diplomatico, per meglio definire e, concretamente, addivenire a risolvere il problema infinito della convivenza.
In tale scambio di informazioni e colloqui è stata preziosa e perfino indispensabile la presenza e il contributo di mons. Pierfrancesco Fumagalli, Dottore Emerito della Biblioteca Ambrosiana di Milano, e ‘Consultore della Commissione della S. Sede per i rapporti religiosi con l’Ebraismo’.
Dopo presentazione, sul presente articolo, di alcune linee e valutazioni scaturite in tali colloqui, ci soffermeremo, appena un po’, alla valutazione di giudizi (e pregiudizi) che il mondo contemporaneo, o buona parte di esso, sembra assegnare allo Stato d’Israele. Come pure, la questione dell’antisemitismo dilagante.
Dunque, i colloqui con le Istituzioni. Argomento, anzitutto affrontato, il dialogo tra ebrei e cristiani ieri, oggi, domani.
Fumagalli ha ripercorso le ‘pietre miliari’ che sono state poste, negli ultimi decenni, sulla questione di tale dialogo. Storicamente infatti si erano poste molte ostilità e reazioni di incomprensione verso Israele come popolo, come fede, e in riferimento a fattori di solidarietà umana, spirituale, religiosa, sociale e politica. Ma nel corso del secolo passato e ultimi decenni la questione è stata affrontata con uno spirito più corretto e con il contributo di grandi personalità e illuminati pontefici.
Con la Dichiarazione “Nostra aetate” del Concilio Ecumenico Vaticano II, promulgata da Paolo VI il 28 ottobre 1965, si aprì una stagione nuova nei rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane. Una rivoluzione, una svolta epocale. Il magistero affermava che “la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non cristiane”, riconoscendo quanto di “vero e santo” è presente anche fuori dai confini visibili del cristianesimo. In relazione all’ebraismo vi si riafferma in sostanza la validità dell’”antica alleanza”, si rigetta ogni forma di antisemitismo e si riafferma che gli ebrei “rimangono carissimi a Dio”, in virtù di una vocazione irrevocabile.
La dichiarazione è anche una profezia che riguarda la nostra società contemporanea, sempre più attraversata da conflitti identitari: “sarà allora possibile – sostiene Fumagalli – intravedere, anche nei frammenti del presente, l’orizzonte di una fraternità riconciliata”.
In quanto allo “Stato d’Israele” si è giunti, più tardi, nel 1992-1994, alla piena normalizzazione dei rapporti diplomatici, sotto Giovanni Paolo II. Oggettivamente, la nascita dello Stato ebraico segnò un punto di svolta: pose la questione del significato della terra, della sovranità e della vita civile ebraica nel cuore stesso della nostra epoca, nella Dichiarazione, appunto.
Ebrei e cristiani non sarebbero dunque due popoli separati ma un solo popolo, “senza confusione e senza separazione” – secondo il pensiero del card Walter Kasper – alla luce di Romani 11,29: “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili”. E, secondo il pensiero di Martin Buber, ci sono due modi diversi di credere, ma riconducibili a una stessa origine, a un’unica radice.
E così, la missione della Chiesa verso il popolo ebraico – secondo il teologo Federici – non può più essere intesa come conversione ma come vocazione condivisa: due cammini distinti ma concorrenti nel portare la luce della rivelazione divina all’umanità.
In definitiva – sostiene Fumagalli – ”le vie del Messia sono vie di pace. La Dichiarazione ha aperto uno spazio di fraternità possibile, partendo da Abramo, Isacco, Giacobbe, riconosciuti dalle tre religioni monoteiste”.
Ma la preponderanza di un’antica ostilità permane ancora. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 e la guerra che ne è seguita, il numero elevato di vittime civili a Gaza, tutto ciò ha complicato ancora di più la possibilità di esprimere solidarietà verso Israele. Di questa difficile situazione anche le Istituzioni ne soffrono, e sia il Patriarcato, sia la Nunziatura di Gerusalemme danno testimonianza.
A corredo di tali valutazioni, che lasciano comunque la porta aperta al dialogo ad alla collaborazione, vorremmo citare qui il progetto voluto da re Mohammed VI del Marocco, per promuovere il ricco patrimonio ebraico del paese: trasformare il sito storico Dar Moulay Hachem a Demnate in un centro dedicato alla cultura ebraica. L’iniziativa è anche esito dell’adesione del Marocco agli Accordi di Abramo, nel 2020, con l’apertura di rapporti diplomatici ufficiali fra i due Paesi.
Abbiamo accennato alla difficile situazione che ha come punto focale, soprattutto, i problemi di Gaza.
Se è vero che la situazione di Gaza è davvero difficile e il male sembra essersi annidato (e non solo per i tunnel scavati dai terroristi di Hamas e le armi sempre presenti), la propaganda sembra mirare a demonizzare Israele e a cancellare verità scomode, fino a quella eclatante dell’eliminazione dei riferimenti agli attentati suicidi palestinesi, e fino ad alimentare una narrazione buonista e vittimista dei palestinesi perfino giustificando il massacro di giovani ebrei in quel triste 7 ottobre 2023. Ignorando, nel contempo, le sacrosante necessità della popolazione palestinese, bisognosa di tutto, ma condizionata e soggiogata dagli estremisti, che si avvalgono delle difficoltà della popolazione a fini propagandistici.
La studiosa Aharoni Lir documenta, tra l’altro, come molte voci proiettino a ritroso la parola ‘Palestina’ in epoche in cui non esisteva: “Nel periodo ellenistico – spiega – la regione era chiamata Terra d’Israele, Giudea o Coele-Syria. Applicare ‘Palestina’ retroattivamente distorce la realtà storica”.
Lir mostra inoltre come la voce Zionism sia passata, dopo il 7 ottobre 2023, da “movimento nazionale ebraico per la creazione di una patria” a “movimento di colonizzazione fuori dall’Europa”: trasformazione (linguistica) dell’autodeterminazione ebraica in una conquista coloniale!
Per inciso (ed è notizia ricevuta da una fonte più che attendibile, non citabile) la faccenda delle incursioni e violenze effettuate dai cosiddetti coloni ebraici nasconde verità scomode: sarebbero motivate da interessi provenienti da fuori Israele.




