Paolo Mario Cattorini, counselor filosofico e studioso di bioetica clinica — già professore ordinario all’Università dell’Insubria — firma con “Il Dio disabile” (Àncora) un saggio breve ma intenso, che affronta con originalità uno dei temi più delicati del pensiero cristiano: il rapporto tra Dio, la sofferenza e la disabilità.
Il punto di partenza è netto e provocatorio: la vulnerabilità non è un difetto da giustificare né una prova da sopportare, ma una chiave decisiva per comprendere il volto stesso di Dio. Riprendendo la teologia della disabilità sviluppata in ambito anglosassone, Cattorini rilegge la figura del Cristo crocifisso e risorto che conserva le ferite.
Quelle cicatrici non vengono cancellate dalla gloria: restano come segno di un Dio che non si tiene lontano dal dolore umano. L’onnipotenza, suggerisce l’Autore, non è dominio dall’alto, ma amore che si espone fino in fondo.
Il terzo capitolo è il cuore teologico del libro. Qui Cattorini affronta il tema della teodicea, cioè il tentativo di “giustificare” Dio di fronte al male.
La sua svolta è racchiusa in un’espressione semplice e potente: “Dio viene”. Non resta fuori dal dolore per spiegarlo, ma entra nella storia e lo attraversa.
La domanda non è più “Perché Dio permette il male?”, ma “Dove è Dio quando il male accade?”. La risposta è cristologica: è dentro la sofferenza, non sopra di essa. Per questo l’Autore mette in discussione le letture del male come punizione, prova o strumento educativo.
