di Daniele Carozzi – Una Magistratura meritocratica, indipendente ma non irresponsabile, collaborativa con il legislatore anziché in contrasto, che non inventi diritti “creativi” e sia soggetta a un giudizio super partes, non quello di un autoreferenziale CSM. È tutto chiaro, senza mezzi termini ed esposto con competenza tecnica e giuridica in“I signori del Diritto – Il potere più irresponsabile” di Raimondo Cubeddu* e Pier Giuseppe Monateri*, con prefazione di Nicolò Zanon (Edizione IBLLibri – euro 18).
Secondo gli autori l’indipendenza del giudice «non lo è dalla legge, ma da direttive, ordini e ricatti esterni. L’indipendenza del giudice e la sua soggezione alla legge sono le due facce della stessa medaglia. E l’indipendenza del giudice è indipendenza anche da sé stesso, perché la “ratio” della legge non deve essere frutto di bilanciamenti o arbitrarie valutazioni personali, emotive o politiche. Magari con quelle sentenze “valoriali” che dichiarano le incostituzionalità in nome della “tutela delle persone” o della “evoluzione sociale”. Un magistrato non può negare o sottovalutare la sovranità popolare riservata al legislativo e all’esecutivo».
E se le leggi non sono redatte in modo sufficientemente chiaro? «Se la non corretta definizione della norma può lasciare spazi interpretativi di tipo ideologico o politico (vedasi “diritti umani universali”), giuristi e consulenti del Diritto collaborino, in concorrenza con il legislatore, per migliorare la norma, senza porsi in conflitto con esso. La democrazia ha necessità di ingegneri delle regole che stiano al loro posto, non di custodi dell’ideologia. E neppure vale il trincerarsi dietro a un lessico, a una semantica tecnica, specialistica, a volte oscura che, anziché guardiani dei valori, fa apparire i giudici come una casta sacerdotale della legalità». Insomma occorre capire quando essi sono servitori della legge e quando invece ne divengono i padroni.
Non manca un cenno alla divisione delle carriere: «un giudice che ha fatto per anni il PM, può interiorizzare i criteri di valutazione tipici del ruolo, creando una zona grigia dove i confini fra accusa e giudizio divengono ambigui. L’indipendenza del giudice è invece essenziale per garantire l’equità del procedimento».
Fino a quando, scrivono gli autori, «accetteremo un élite tecnica che non risponde a nessuno? Una zona franca senza responsabilità, dove il giurista “moralista” vuole “educare” la società esulando dalla norma. Ecco che allora il potere giuridico diviene egemonia in alcuni ambiti civili quali bioetica, uguaglianza, genere, famiglia, educazione, libertà religiosa, e dove si paventano per diritti quelle che in realtà sono attese, aspettative, speranze… Allo stesso modo, la teorizzata e pervasiva superiorità del Diritto sovranazionale su quello approvato dalla maggioranza parlamentare del Paese, provoca frustrazioni nei cittadini»
Per quanto riguarda le responsabilità, «in democrazia ognuno deve rendere conto del proprio operato. Specie per un potere che, non avendo un mandato popolare, gode di un iter unicamente burocratico».
E dunque a chi affidare i criteri di giudizio sull’opera dei magistrati?
«Non al C.S.M., uno dei luoghi più opachi, autoreferenziali e influenti della Repubblica. Lì, dove vige la logica delle correnti, si discute sulle carriere dei magistrati, su trasferimenti, promozioni che non premiano il merito ma gli accordi; si orientano scelte interne, si esprimono pareri sulle riforme. È un organismo libero, ma libertà non può significare impunità. Come ogni potere pubblico, anche quello giudiziario deve poter essere giudicato. Ma ogni tentativo di critica viene interpretato come un “attentato alla indipendenza e alla civiltà giuridica”».
In realtà, spiegano gli autori, «è il potere giudiziario che ha effetti intimidatori sulla politica. Non serve avviare un processo. Basta un avviso di garanzia, una fuga di notizie ai media. Non è il potere di comandare, ma quello di impedire. Il potere legislativo deve quindi tornare a rivendicare il proprio spazio legittimo, perché si è piegato, ha lasciato che altri stabilissero i confini del decidibile. Occorre un nuovo patto fra i tre poteri dello Stato.»
Per Cubeddu, ciò è sintomo della marcata crisi dell’Occidente e della sua identità. «Il Diritto è “la norma per non creare e non ricevere danno”, non ciò che è buono e giusto secondo natura. Altrimenti si arriva a un “moralismo politico” intriso di empatia. Ovvero le buone intenzioni che producono pessimi risultati. Questa tendenza a porre il Diritto come naturale, fittizio o giurisprudenziale, genera una idolatria del Diritto che può portare al fallimento e all’estinzione della filosofia politica liberale.»
Poi un affondo: «…col ’68 si affermarono e si diffusero valori del tutto diversi. Inizialmente e confusamente propugnati da un “movimento studentesco” (in cui confluirono figli più o meno legittimi del Pci, dell’”operaismo” e del Concilio Vaticano II) tali nuovi valori diedero vita a una diffusa mentalità pauperistica e antiborghese in cui l’invidia individuale e sociale si sostituì alla cooperazione. Ben presto, tale nuova mentalità degenerò non soltanto nel terrorismo, ma anche in un accreditato e diffuso giustizialismo intriso di ideali di giustizia sociale, di solidarietà, di bene comune e di peana a favore della “Costituzione più bella del mondo” che, sovente nella forma di antifascismo, rappresentò un ostacolo insormontabile per ogni tentativo di riforme istituzionali e sociali (…)».
«Questo scritto – evidenziano gli autori – si propone di insinuare dei dubbi e di sollecitare una risposta alla domanda: chi sono oggi gli interpreti del diritto in un sistema liberaldemocratico? Come vengono scelti? Quali possono essere le conseguenze delle loro decisioni?»
(*Raimondo Cubeddu è stato professore ordinario di Filosofia Politica all’Università di Pisa. *Pier Giuseppe Monateri è professore ordinario di Diritto comparato all’Università di Torino)
