Hormuz e Kharg sono al centro del conflitto

Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College – Le operazioni offensive statunitensi e israeliane hanno gravemente danneggiato la flotta navale convenzionale iraniana, affondando decine di imbarcazioni e distruggendo diverse importanti navi da combattimento. La residua Marina delle Guardie Rivoluzionarie iraniane continua a minacciare la navigazione utilizzando tattiche definite dagli esperti “asimmetriche”, tra cui spiccano l’utilizzo di droni, mine subacquee e navi veloci tipo motoscafi e motovedette.

La minaccia alla navigazione di tali tipologie di armamenti in maniera costante soprattutto per le navi petroliere e gasiere ha di fatto bloccato il traffico commerciale attraverso lo stretto di Hormuz, che è la rotta obbligata, in uscita e entrata per il Golfo Arabico, da dove passa circa il 20% delle forniture petrolifere mondiali. Gli Stati Uniti e Israele hanno in gran parte distrutto la flotta navale convenzionale iraniana con una massiccia campagna di bombardamenti iniziata il 28 febbraio. La minaccia di Teheran allo Stretto di Hormuz, una delle rotte marittime più importanti al mondo è diminuita ma non cessata. L’Iran ha di fatto dichiarato chiuso lo stretto canale, attraverso il quale transita, come indicato, il 20% delle forniture petrolifere mondiali, utilizzando le citate tattiche di guerra asimmetrica.

Oltre alla marina convenzionale iraniana, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC – riconosciuto quale gruppo terroristico anche dal nostro paese) il ramo d’élite delle forze armate iraniane, possiede proprie unità navali che continuerebbero a perseguitare e attaccare le navi mercantili nel Golfo Persico. “Sebbene ritenga che la Marina iraniana sia in gran parte inefficace in combattimento a questo punto, la Marina dell’IRGC rimane in grado di molestare le navi mercantili”, ha affermato Sascha Bruchmann, analista di affari militari e di sicurezza presso l’International Institute for Strategic Studies di Londra. “Ciò mantiene vivo lo spettro di un pericolo che la maggior parte delle compagnie di navigazione e degli assicuratori civili troveranno inaccettabile”, ha aggiunto Bruchmann.

Gli Stati Uniti hanno reso inefficace la marina convenzionale iraniana dal 28 febbraio. L’11 marzo, l’esercito statunitense ha dichiarato di aver affondato 60 navi iraniane. Immagini satellitari e filmati militari resi pubblici suggeriscono che la maggior parte della flotta navale iraniana sia stata danneggiata o distrutta. Le due navi da guerra iraniane di classe Mowj, la fregata Sabalan di classe Alvand e la nave da supporto avanzato Makran, che conferivano a Teheran una limitata capacità di proiezione di potenza a lungo raggio, non sono più operative. Lo stesso vale per centinaia di motovedette d’attacco rapido che in gran parte costituivano la spina dorsale della strategia navale asimmetrica del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche nel Golfo Persico. Il 4 marzo, un sottomarino statunitense ha silurato la nave da guerra iraniana IRIS Dena nell’Oceano Indiano, vicino allo Sri Lanka, mentre la fregata rientrava da esercitazioni multinazionali.

Si è trattato del primo affondamento confermato di una nave da guerra di superficie da parte di un sottomarino in tempo di guerra da quando la Gran Bretagna affondò l’incrociatore argentino General Belgrano nel 1982 durante la guerra delle Falkland, evidenziando la portata e l’intento della campagna americana.

Queste perdite non hanno annullato la minaccia iraniana per la navigazione nel Golfo Persico e l’11 marzo, proiettili iraniani hanno colpito la Mayuree Naree, una petroliera civile battente bandiera thailandese, mentre tentava di attraversare lo stretto.

Le immagini relative al salvataggio dell’equipaggio mostravano danni appena sopra la linea di galleggiamento vicino alla poppa, una tipica firma dei droni di superficie carichi di esplosivo che colpiscono a livello della linea di galleggiamento.

L’Iran ha cambiato la sua dottrina navale dopo che la Marina statunitense affondò circa metà della flotta convenzionale iraniana in un solo giorno nell’aprile del 1988. L’attacco fu una rappresaglia ad un attacco ad una nave da guerra statunitense avvenuto pochi giorni prima. Già allora apparve chiaro che agli iraniani che una guerra navale simmetrica contro una superpotenza era una strategia perdente. Ciò che seguì fu una svolta decennale verso strumenti asimmetrici come motovedette d’attacco rapido, missili antinave basati a terra, mine navali, minisommergibili e, più recentemente, veicoli di superficie senza equipaggio (USV) configurati come bombe galleggianti.

L’Iran istituzionalizzò questa divisione in due marine separate, una simmetrica e una asimmetrica. La Marina iraniana, come parte delle forze armate regolari, mantenne una flotta convenzionale per prestigio e occasionali dispiegamenti a lungo raggio.

Il vero strumento offensivo erano le unità navali in dotzione ai terroristi del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, costruite appositamente per operazioni di disturbo e interdizione nelle acque poco profonde e ricche di isole del Golfo Persico, dove la geografia comprime le distanze e, in parte, neutralizza i vantaggi di una forza convenzionale statunitense. Nel corso degli anni, la flotta navale dell’IRGC ha diffuso filmati di depositi sotterranei che ospitavano motovedette d’attacco rapido, alcune probabilmente configurate come veicoli di superficie marina senza equipaggio o come imbarcazioni suicide.

Si tratta di una tattica utilizzata anche dall’Ucraina contro la Flotta russa del Mar Nero, sebbene gli analisti affermino che le varianti iraniane siano tecnicamente meno sofisticate. “Dubito che possano infliggere alle navi da guerra statunitensi lo stesso tipo di danni che l’Ucraina ha inflitto alle navi russe”, ha affermato Bruchmann, aggiungendo che un obiettivo più plausibile è il trasporto marittimo civile che rifornisce i mercati petroliferi globali. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha dichiarato il 10 marzo di aver affondato 16 navi iraniane posamine.

Ma Mohammad Farsi, un ex ufficiale della marina iraniana, ha dichiarato che concentrarsi sulle mine non coglie il punto. “Qualsiasi imbarcazione può farlo, persino i motoscafi delle Guardie Rivoluzionarie attualmente presenti nel Golfo Persico”, ha affermato. “A mio parere, da ufficiale di marina, non c’è bisogno che l’Iran piazzi mine all’imboccatura del Golfo Persico in questo momento. Il motivo per cui le navi non transitano è che le compagnie sanno che la probabilità di essere colpite è estremamente alta”. Ha indicato le capacità dei droni iraniani nei pressi delle isole di Qeshm, Hengam e Larak, situate in prossimità delle principali rotte marittime, come la minaccia più immediata.

Quanto precede ci fa capire sia perché ci troviamo di fronte ad un innalzamento dei prezzi degli idrocarburi (che comprendono anche le speculazioni a rialzo degli operatori del mercato) sia della decisione USA di minacciare di colpire l’isola di Kharg tallone di Achille iraniano dove si concentra in 90 kmq il 90% della capacità di “vendita” di idrocarburi del regime teocratico di Teheran.

Distrutta Kharg (ora solo colpita a scopo dimostrativo nelle aree logistiche, quali l’aeroporto, non essenziali alla vendita del greggio), l’Iran avrebbe visto annullata la sua capacità di esportazione e nel contempo sarebbe colpita la Cina Popolare che via Kharg riceve molto del petrolio utilizzato a sostegno della sua economia. Gli americani fanno sapere che se lo stretto di Hormuz verrà riaperto e non minacciato non colpiranno i terminali petroliferi di Kharg. E’ il “gioco delle parti” dove l’unica cosa certa e’ che per lo stretto , al momento, non naviga nulla e la Cina Popolare inizia a “preoccuparsi”,

Gli iraniani dichiarano in queste ore che, se Kharg verrà attaccata nelle aree di pompaggio,, loro colpiranno le stesse installazioni nei paesi arabi del Golfo. E’ il “gioco delle parti” ma rimane in dubbio sulle reali capacità residue iraniane. Lo Stretto di Hormuz consente in passaggio in sicurezza di una nave per direzione di transito in tempo di pace ed è noto che se si andasse oltre con il minamento o gli attacchi di superficie , con il possibile affondamento di una petroliera o gasiera esattamente nel punto meno largo dello Stretto provocherebbe un blocco al transito continuativo e non di facile soluzione.

Parimenti una occupazione americana della sponda iraniana (l’altra e’ omanita) dello stretto con truppe di terra ( i Marines) non risolverebbe il problema perché’ le Guardia Rivoluzionarie potrebbero comunque colpire il naviglio in transito dall’interno del territorio iraniano con l’utilizzo di droni (più probabile) e missili di media/breve gittata. L’Iran, esteso per più di cinque volte il nostro paese, non e’ stato raggiunto nella regione ad est del paese dalle azioni di Usa e Israele e potrebbe avere residue capacità offensive non ancora palesate nelle citate zone che sono per lo più rurali.

Ci si chiede ora quale possa essere una soluzione “intelligente” del conflitto… Non appare al momento percorribile quella di un accordo tra le parti atteso che l’amministrazione americana continua comprensibilmente ad insistere per una resa incondizionata iraniana. Al contempo la possibile e auspicabile “rivoluzione” dall’interno sembra difficile visto che la defunta Guida Spirituale (Khamenei padre) aveva ordinato l’eliminazione fisica di ogni oppositore.

I terroristi della Guardia Rivoluzionaria hanno, quindi, ucciso migliaia di giovani oppositori al governo (alcuni raggiunti e assassinati anche negli ospedali dove erano ricoverati perché feriti) e in questo modo eliminato lo “zoccolo duro” della protesta. Quello “zoccolo” di superstiti che difficilmente si compatterà nuovamente in breve tempo!

La situazione è in evoluzione ed ogni giorno una “tregua e un accordo diplomatico” appare sempre più la soluzione “intelligente” ma complessa anche per assenza di un garante/mediatore credibile (sono da escludere Russia, Turchia e Cina Popolare).

Didascalia: Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College

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