Hantavirus: il professor Tarro ne spiega la natura senza allarmismi

In un panorama globale sempre più attento alle zoonosi e ai rischi biologici emergenti, abbiamo interpellato il professor Giulio Tarro, virologo di fama internazionale, per approfondire la natura e la pericolosità dell’Hantavirus. Dalle storiche epidemie nelle Americhe degli anni ’90 fino alle attuali preoccupazioni legate ai vettori animali, il Professore delinea un quadro clinico e preventivo essenziale per comprendere come la sorveglianza sanitaria debba adattarsi alle sfide della fauna selvatica e del commercio marittimo.

Professore, potrebbe spiegarci sinteticamente che cos’è l’Hantavirus e quali sono le sue principali manifestazioni cliniche e geografiche?

La scoperta della sindrome polmonare da Hantavirus è stata fatta nel 1993 a causa di centinaia di casi attribuiti a tale virus nelle Americhe. Il primo caso è stato legato a un topo che ha infettato un cervo e successivamente un numero di virus appartenenti alla stessa famiglia con ospite di roditori, sono stati identificati come causa di malattia umana. In particolare, la sindrome dei principali virus si è realizzata in Argentina, Brasile, Paraguay e Bolivia, nonché nell’America del Nord soprattutto negli Stati Uniti. Il vettore virale è sempre stato legato sia a topi che a ratti che generano la sindrome polmonare da Hantavirus. Dello stesso gruppo vengono citate anche febbri emorragiche con sindrome renale, difusse in particolare nel Sud-Est asiatico, Balcani e Russia.

Le infezioni da Hantavirus colpiscono la specie umana per l’esposizione agli aerosol degli escreti infetti o, raramente, attraverso il morso; una trasmissione interumana è stata notata in uno scoppio epidemico virale nelle Ande. Generalmente i gruppi infettati si sono riscontrati nel personale militare, in pastori o altri soggetti che hanno lavorato in attività agricole.

La diagnosi viene sospettata in base ai dati clinici e quindi da ricerche radiologiche e sierologiche di conferma. Il periodo di incubazione dell’infezione virale varia da 9 a 33 giorni, con fase clinica riguardante febbre, sindrome cardiopolmonare, fase diuretica e di convalescenza. In dettaglio esistono una serie di sintomi legati ad una fase anche cardiopolmonare. Quasi sempre presente è la trombocitopenia, mentre la mortalità varia con il virus infettante fino al 40 per cento.

Trattandosi di un virus veicolato dai roditori, non riterrebbe opportuno imporre la quarantena per i natanti interessati e avviare una derattizzazione sistematica sia delle imbarcazioni che dei principali centri urbani italiani?

Sono senz’altro d’accordo nel disporre la quarantena per l’intera nave e anche per una sua derattizzazione. Per quanto riguarda le città mi sembrerebbe un’impresa difficile d’affrontare, anche se utile.

Didascalia: Prof. Giulio Tarro

Condividi:

Post correlati