Gli occhi del mondo sono anche sulla dittatura iraniana

Generale Giuseppe Morabito membro del Direttorio della NATO Defence College – Nel giorno della memoria della Shoah (sterminio del popolo ebraico) e delle leggi raziali, in Italia le istituzioni hanno organizzato eventi per onorare la memoria di chi ha subito le persecuzioni da parte del regime nazista. Il 27 Gennaio è la data in cui le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo si sterminio di Auschwitz. Ebbene oggi 27 gennaio la domanda principale è stata ancora senza risposta. Per tutti gli analisti e i politici, la domanda è stata: “Perché gli Stati Uniti non hanno ancora attaccato l’Iran?”

L’Iran è quel paese dove la distruzione dello stato di Israele è obiettivo di governo e, in questo momento, la pressione sull’Iran sta aumentando in tutta la regione, come sarebbe anche dimostrato dall’attività offensiva in atto da parte di gruppi terroristici filoiraniani (proxy) dal Libano allo Yemen. Questo mette in luce che chiaramente che Teheran è sotto pressione e cerca di fare deterrenza per quello che può. La maggior parte degli analisti avrebbe interpretato il ritardo come debolezza, indecisione o paralisi diplomatica. Quanto dichiarato dal presidente degli Stati Uniti Trump minacciando azioni per sostenere la rivolta in corso in Iran, destinata a rimuovere l’attuale regime, non è stata ancora attuata e può essere interpretata come indicazione di debolezza di Washington. Quella che sembra esitazione può in realtà essere una strategia militare e politica deliberata e a sangue freddo modellata non solo dall’opposizione araba, ma anche dalla logica della guerra moderna e dagli interessi strategici a lungo termine degli Stati Uniti. Le poche informazioni che arrivano in Occidente superando la censura e il blocco d’internet indicano che nelle strade dell’Iran da inizio di gennaio ci potrebbe essere stata la repressione più mortale nella storia della Repubblica islamica e una delle più cruente dell’epoca moderna.

Sul fronte diplomatico le relazioni con l’Occidente restano tese, compresa l’Italia. Secondo quanto riferiscono i media di Stato, l’Iran ha convocato l’ambasciatrice italiana al ministero degli Esteri dopo di quelle che ha definito “dichiarazioni irresponsabili del ministro degli Esteri italiano” sulle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Il ministro Tajani ha annunciato la proposta di inserire i pasdaran nell’elenco delle organizzazioni terroristiche (come asserire il contrario?). La comprensibilissima proposta sarà valutata giovedì in occasione del consiglio Affari Esteri.

Le organizzazioni d’intelligence internazionali e in particolare chi opera sotto copertura nel Paese degli ayatollah descrivono la mattanza di manifestanti da parte dei tagliagole fedeli al regime (principalmente gli appena citati pasdaran): “Di una portata inimmaginabile”.

Fonti giornalistiche riportano che durante le proteste antigovernative in soli due giorni sarebbero state uccise fino a 35.000 persone, mentre il conteggio ufficiale del governo di Teheran minimizza sul numero dei morti.

L’aiuto in arrivo promesso dal presidente Usa non è mai giunto a destinazione, ma le parole di Donald Trump hanno fatto salire la tensione alle stelle in Medio Oriente. In particolare, come se non bastasse, in Israele, dove la preoccupazione è fortissima nel timore che la Guida suprema Ali Khamenei decida di anticipare un’eventuale mossa militare americana attaccando lo Stato ebraico che ha sicuramente attivato il suo sistema difensivo in vista di una possibile azione militare americana sull’Iran.

Sulla crisi, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, arrivati nei giorni scorsi in Israele anche per colloqui sulla fase 2 del piano per Gaza che dovrebbe iniziare a breve visto il ritrovamento delle spoglie dell’ultima vittima israeliana dell’attacco terroristico del 7 ottobre. Intanto le forze armate statunitensi stanno trasferendo notevoli quantità di uomini e mezzi in Medio Oriente. Si tratterebbe, come minimo, di una portaerei, 6 navi da guerra, 2 sottomarini, oltre cento aerei da combattimento, decine di aerei di rifornimento e di intelligence, sistemi di intercettazione di missili balistici.

È necessario non tralasciare il fatto che al centro/a capo del dramma in corso si trova il leader religioso iraniano, Ali Khamenei, e la sua macchina di repressione istituzionale che lo sostiene, il citato Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). Senza dubbio, qualsiasi azione militare degli Stati Uniti si rivolgerà a quel sistema terroristico per neutralizzarlo o degradarlo. Tuttavia, guardando alla strategia militare fino ad ora seguita dagli USA, si dovrebbe anche capire che la coercizione non riguarda solo la potenza di fuoco e comporta tempi, informazioni e attività volte a costringere l’avversario a rivelarsi. Washington sta attualmente districando tra diversi vincoli, il primo dei quali è chiaramente la geografia politica. Anche se l’amministrazione Trump vuole sempre proporre l’idea di avere il potere unilaterale di agire, la realtà è molto diversa. Washington e i suoi militari dovrebbero ancora operare da basi, spazio aereo e reti logistiche incorporate nel Golfo Persico. Per usarli come vuole, deve ancora considerare la situazione politica esistente.

Prima di tutto va considerato che, come indicato, nelle strade dell’Iran la notte dell’8 gennaio potrebbe essere stata la più mortale nella storia della Repubblica islamica e una delle più cruente dell’epoca moderna. Così le organizzazioni d’intelligence internazionali (e in particolare gli 007 che operano sotto copertura nel Paese degli ayatollah) descrivono la mattanza di manifestanti: “Di una portata inimmaginabile. Fonti interne all’Iran hanno fatto sapere al Time che durante le proteste antigovernative in soli due giorni sarebbero state uccise fino a 30.000 persone, mentre il conteggio ufficiale del governo di Teheran di 5 giorni fa parla di 3.117 morti.

L’aiuto promesso dal presidente Usa non è mai giunto a destinazione, ma le parole di Donald Trump hanno fatto salire la tensione alle stelle in Medio Oriente. In particolare in Israele, dove la preoccupazione è fortissima nel timore che la Guida suprema Ali Khamenei decida di anticipare una eventuale mossa militare americana attaccando lo Stato ebraico. Tel Aviv ha sicuramente attivato il suo apparato difensivo in vista di una possibile azione militare americana in Iran. Intanto l’esercito statunitense starebbe trasferendo forze ingenti in Medio Oriente: una portaerei, 6 navi da guerra, 2 sottomarini, oltre cento aerei da combattimento, decine di aerei di rifornimento e d’intelligence, sistemi di intercettazione di missili balistici.

I messaggi dei partner chiave della regione, Qatar e Arabia Saudita, che sono stati inequivocabili, e indicano che al momento non c’è, almeno ufficialmente, alcuna opzione disponibile per utilizzare il loro territorio come piattaforma di lancio per una guerra USA-Iran.

Non sorprende che per alcuni analisti il Qatar ha rifiutato di dare il via libera all’uso della base aerea di Al Udeid per gli attacchi offensivi contro l’Iran e questo sarebbe diventato un vincolo strategico significativo perche’ grazie ai leader di Doha la politica estera del Qatar è stata centrale per il mantenimento di canali aperti con tutte le parti, inclusa Teheran. La maggior parte di questo è sempre stata presentata da politici occidentali, esperti e media come un punto di forza del governo di Doha. Tuttavia, ora potrebbe diventare una significativa minaccia alla sicurezza e alla stabilità nella regione del Golfo Arabico. I governanti di Doha, con i propri legami con l’Iran e i suoi delegati, non si permetteranno di essere visti come il punto di partenza di un assalto degli Stati Uniti, poiché quest’ultimo significherebbe chiaramente il crollo di quel modello da un giorno all’altro. Doha ufficialmente non vuole essere esposta alle ritorsioni iraniane. Alcuni analisti tuttavia, hanno anche sostenuto che Doha non vuole un altro regime in Iran, in quanto ciò potrebbe limitare la sua proiezione di potere regionale in futuro.
L’attuale posizione che l’Arabia Saudita ha assunto non è meno consequenziale.

La riluttanza di Riyadh a consentire agli aerei d’attacco statunitensi di transitare nello spazio aereo saudita è una sorpresa per alcuni. Tuttavia, l’attuale posizione del Regno riflette alcune lezioni duramente apprese da anni di escalation regionale. Si basa anche principalmente sullo scongelamento delle relazioni tra Teheran e Riyadh, condotte dal principe ereditario Mohammed Bin Salman negli ultimi anni. Un rinnovato uso dello spazio aereo da parte degli Stati Uniti causerebbe la fine delle trattative. Si ritiene che l’apertura del cielo creerebbe i presupposti a ritorsioni iraniane.

Si teme che le infrastrutture critiche del Regno siano un obiettivo significativo, in particolare petrolio, gas e porti. Missili iraniani, attacchi informatici e droni potrebbero colpirli e le valutazioni attuali di Riyadh indicano che i costi sarebbero asimmetrici e immediati. Tuttavia, sotto traccia, potrebbe esserci spazio per l’ottimismo, soprattutto se chi fa previsioni a Riyadh prospettasse risultati positivi e opportunità in caso di rimozione del regime Khamenei. Le cose potrebbero cambiare in poche ore se il regime iraniano continuasse a indebolirsi.

Al momento, tuttavia, la negazione del Qatar e il rifiuto saudita restringono chiaramente le possibilità di Washington. L’obiettivo della dottrina statunitense non è semplicemente quello di distruggere gli obiettivi, come spesso ritraggono i media. L’obiettivo principale è mappare il sistema, concentrandosi su quali sono le catene di comando, le soglie di decisione e le scale di escalation iraniane. Questa pazienza strategica mira a prevenire un’escalation non intenzionale, mantenere la stabilità regionale e preservare l’influenza degli Stati Uniti, rendendo i ritardi una componente calcolata di un quadro politico più ampio.

A causa dell’aumento o del pericolo immediato e presente percepito di un attacco militare statunitense, il regime di Teheran sarà costretto, per fare azione di deterrenza, ad attivare le sue residue difese aeree (fortemente ridimensionate/distrutte nel corso della “Guerra dei 12 giorni’), riposizionare le sue unità missilistiche, spostare le sue risorse navali, impegnarsi in test con i droni e intensificare l’attività di proxy terroristica. Tuttavia, per l’intelligence statunitense (e israeliana), ogni mossa è anche una fonte di dati per perfezionare i dettagli per l’eventuale attacco.

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