Politici, intellettuali, commentatori, editorialisti, influencer e comuni cittadini hanno scoperto il diritto internazionale. Ne parlano come se fossero tutti dei raffinati giuristi per concludere, più o meno, che Putin ha violato le regole internazionali perché ha invaso un Paese sovrano e allo stesso modo s’è comportato Trump per avere catturato Maduro e la moglie Cilia.
Qualcuno, più sottile, ha elevato il ragionamento per chiosare: siamo tornati alla legge del più forte.
Indignazione generale; il mondo è in mano a despoti che beffeggiano le leggi e impongono il proprio interesse con la brutalità delle armi.
Guardare in faccia la realtà, no. È un’esercizio “politicamente scorretto”. I buoni sono a Bruxelles, perché loro, sì, difendono l’Ucraina e con essa i valori della democrazia, mentre i cattivi, i veri usurpatori e invasori, sono a Mosca e a Washington.
Spieghiamola così e ogni cosa va a posto.
Nossignori, la storia, purtroppo, insegna che il cosiddetto Diritto internazionale, quello che regola i rapporti tra gli Stati e le organizzazioni internazionali basato su principi fondamentali universalmente riconosciuti (come la sovranità e il divieto dell’uso della forza), è in perenne evoluzione come tutte le cose di questo mondo. Il Diritto internazionale è un’insieme di norme che ratificano, a posteriori, quanto la realtà effettuale s’è incaricata di sancire spesso dopo cruenti contenziosi tra popoli o nazioni.
L’Istria, la Dalmazia la Venezia Giulia non erano italiane? Lo erano, ma sono diventate iugoslave per decisione, più degli inglesi che degli americani, per compensare un dittatore che aveva collaborato alla loro vittoria.
Il Sud Tirolo non era austriaco? Ancora oggi lì si parla tedesco. Perché è diventato italiano? I fanti della Prima Guerra mondiale combattevano per Trento e Trieste e non sapevano neppure se esistesse Bolzano.
Che dire poi dell’Alsazia-Lorena, dei Sudeti, o, nel 1950, dell’invasione cinese del Tibet?
Il professor Giuseppe Biscottini (1909-1992), insigne docente di Diritto internazionale all’Università cattolica di Milano, agli esaminandi poneva, di tanto in tanto, il seguente quesito: lei, plenipotenziario, con chi tratta in un Paese in cui coesistono un presidente democraticamente eletto ed un comandante insorto a capo di una formazione militare?
Nove volte su dieci la risposta dello studente era: con il presidente democraticamente eletto.
Rifletta, suggeriva il Professore, che per togliere dall’imbarazzo l’interrogato, poi spiegava: lei può e deve trattare con chi, di fatto, detiene il potere e citava la formula latina: «qui actu regit» (chi effettivamente governa).
Con colui che, in realtà, non solo vanta il diritto, ma ha anche la forza di ottenere, di far valere, tale diritto. Quindi il presidente, solo se capace di imporre la propria leadership; diversamente l’interlocutore non poteva essere che il comandante insorto.
Oggi ci rendiamo conto, per i non politicamente corretti, che nella storia umana, nella storia di questo mondo, vige la legge del più forte. Punto e a capo.
C’è però anche un’altra storia, su un piano che va ben oltre l’umano. Ce l’ha insegnata un teologo francese, Blaise Pascal (1623-1662), il quale aveva intuito che esistono tre grandezze (o ordini).
Quella carnale storica che riguarda i re, i ricchi, i condottieri; è la grandezza del potere, della ricchezza e dello splendore mondano, visibile e ammirata dalla gente comune, ma nulla per intellettuali e santi.
Quella del pensiero che comprende i geni, gli uomini di pensiero, i matematici (come Archimede); è la grandezza della ragione e della scienza, ma invisibile ai potenti del mondo.
Quella spirituale, ovvero l’ordine più alto, quello che contempla i santi, Cristo, che non dipende da ricchezze, potere o intelletto, ma da una grazia divina; è invisibile a chi vive solo negli altri due ordini, ma è la vera grandezza per chi la percepisce.
Il mondo ha le sue logiche, i suoi metri di giudizio che non sono quelli di coloro che anelano alla santità o la vivono.
I Vangeli sono uno scandalo per chi vive nell’imperante materialismo. Intrisi di mondanità ci scivolano via velocemente le parole sapienti di un papa come Leone XIV che instancabilmente esorta i “potenti” della Terra alla pace di Cristo risorto, «una pace disarmata e una pace disarmante», umile e perseverante.
Inutile girarci attorno: senza Dio l’umanità può solo soffrire.
