Ciao Vittorio

Caro Vittorio, la notizia della tua morte m’è giunta leggendo “La Bussola quotidiana” questa mattina.

Hai concluso la tua esperienza terrena ieri sera al calare del sole, nel giorno di Venerdì Santo, nella tua casa a Desenzano del Garda.

Per il mondo del giornalismo e, più in generale, dell’editoria, considerati le diverse decine di libri con edizioni in molte lingue e migliaia di articoli pubblicati, sei stato un prolifico scrittore a cui è stata appiccicata l’etichetta di apologeta cristiano.

Per me, che ho avuto l’avventura di conoscerti da vicino nei 18 anni trascorsi nella medesima redazione di “Jesus”, sei stato uno dei pochi colleghi frequentati che davvero, come dicevi tu, «ha deciso di scommettere sulla veridicità di quei quattro libriccini scritti duemila anni fa in Terra Santa».

Come accadeva spesso nelle redazioni, i colleghi ti affibbiavano un soprannome o infondate malignità. Condividevamo la medesima stanza, tu ed io; per questo ci chiamavano “i concubini”. A nulla sono mai valse le nostre giustificazioni: «Guardate che tra le nostre scrivanie c’e uno spazio sufficiente per far transitare un TIR».

Nei tanti anni vissuti gomito a gomito ho potuto apprezzare, grazie alle tue confidenze, anche la profondità di fede di Rosanna Brichetti, tua moglie, morta quattro anni fa nel giorno di Sabato Santo, alla quale ora ti sei sicuramente congiunto.

Siete stati una coppia che, attraverso i libri, ha aiutato tante persone ad approfondire la fede.

Non ho mai dimenticato il tuo tormento quando, pochi anni dopo il libro che ti ha reso celebre, “Ipotesi su Gesù”, ti eri immerso nella scrittura della tua seconda opera, “Scommessa sulla morte”.

Mi avevi messo al corrente sul contenuto di alcuni paragrafi e, nel corso di un viaggio in metropolitana, che entrambi usavamo per rientrare a casa alla sera, mi avevi confidato, battendo la mano sulla tua spalla che «spesso sentivi la pressione della morte su di te».

Un episodio, un’immagine, rimasti indelebili nella mia memoria e che rivivo ora mentre scrivo questa nota.

Hai dedicato quasi tutti i tuoi 85 anni, che avresti compiuto tra poco, a cercare le basi su cui si fonda il cristianesimo. Sei stato l’unico giornalista italiano ad avere intervistato due papi: san Giovanni Paolo II e Benedetto XV e non hai mai ambito a coprire incarichi direttivi in giornali, proprio per avere tempo da dedicare alle tue ricerche sulla fede.

Davvero l’inquietudine per credere nella Risurrezione ha accompagnato l’intera tua esistenza, fin da quando scegliesti di andare ad Assisi (dove avresti incontrato Rosanna) per seguire i corsi teologici alla Pro Civitate Cristiana, unica realtà ecclesiale che dava tale possibilità ai laici.

Che dire? Hai sempre avuto chiara la percezione del rischio che correvano (e corrono) tanti uomini di Chiesa nell’accontentarsi della presenza nelle chiese di quelli che hai sempre chiamato “cattolici sociologici”, mentre tu, che venivi da una famiglia di non praticanti, avvertivi l’urgenza di spronare ad una vita di fede autentica.

I tuoi libri, scritti con il cuore di un convertito, continueranno a fare del bene e a conquistare tante anime. Questa è una eredità non da poco di cui puoi andare fiero.

Caro Vittorio, se certe date hanno un senso – e per un credente hanno senso – hai aperto lo sguardo alla vita eterna nello stesso giorno in cui è morto quel Gesù per cui tanto ti sei speso e che certamente tanto hai amato.

Ciao, Vitt, come t’ho sempre chiamato. Il mio non è un addio, ma un arrivederci, spero per me.

Didascalia: Vittorio Messori, a sinistra, con la moglie Rosanna Brichetti

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