Chi controlla l’opera dei medici di famiglia?

Il fatto è reale e circostanziato mentre sono inventati i nomi delle protagoniste, per ovvie ragioni di privacy. Giannina è una milanese single molto avanti negli anni, orgogliosa di badare a sé stessa con la pensione di ex impiegata comunale e che, per sua fortuna, non ha mai avuto bisogno dei medici.

La sua vita muta improvvisamente lo scorso anno a causa di una caduta accidentale che la rende meno sicura di sé, pur non intaccando la sua capacità di deambulare autonomamente.

Da quel giorno cominciano a prendersi cura di lei il custode dello stabile in cui abita e soprattutto Silvia, la vicina di pianerottolo, sulla quale però, oltre al lavoro, pesa la famiglia (marito e tre figli, due in età scolare ed uno universitario).

Domenica 5 luglio Giannina ha un collasso proprio nel momento in cui Silvia sta entrando nel suo appartamento dove spesso si reca per controllare che stia bene.

Viene chiamata un’ambulanza che prontamente interviene. Il personale medico, constatato che tutti i parametri di Giannina sono in ordine, che non si tratta di infarto, ma di un potente stato di disidratazione ed accertata la disponibilità di Silvia a farsi carico della vicina, consigliano di non procedere a ricoverare in ospedale la paziente per non intasare il Pronto soccorso.

Accettato il consiglio, Silvia chiama il medico di base di Giannina, la dottoressa Antonietta, che è in ferie ed è sostituita dalla collega dottoressa Carmen.

La domenica l’ambulatorio è chiuso e quando riesce a stabilire un contatto via e-mail, Silvia legge questo messaggio: «Le mail non vengono visualizzate in giornata. Devono essere usate solo ed esclusivamente per rinnovo richieste farmaci già in uso. Per tutte le altre necessità, senza alcuna eccezione, sono da utilizzare telefonate o visite ambulatoriali. Non è possibile richiedere certificati di malattia tramite mail».

Che fare? Silvia non si perde d’animo e chiama la geriatra (che il giorno precedente aveva fatto una visita di controllo a Giannina) la quale consiglia d’idratare l’anziana con una serie di flebo e di attivare al più presto l’assistenza domiciliare.

Lunedì 6 Luglio Silvia raggiunge al telefono la dottoressa Carmen alla quale chiede di prescrivere una ricetta rossa sulla falsariga di quanto indicato dalla geriatra, sia per procurarsi il necessario per le flebo, sia per attivare il servizio di assistenza medica domiciliare.

Seccata, la Dottoressa non solo redarguisce Silvia per non avere fatto ricoverare in ospedale Giannina, ma compila pure in modo errato la ricetta rossa, indispensabile per attivare le procedure di richiesta d’assistenza domiciliare.

Fatto rimodulare il documento sanitario con le tempistiche e le dosi farmaceutiche corrette, Silvia si precipita a ritirarlo in ambulatorio. Nel tardo pomeriggio di lunedì è così possibile attivare (con costi sostenuti privatamente), la prima serie di tre flebo, come prescritto dalla geriatra (anch’essa con prestazioni a carico di Giannina).

Dopo diciotto tentativi di telefonate andate a vuoto (tutte registrate), alla diciannovesima Silvia intercetta un operatore del Servizio assistenza domiciliare che specifica «di poter assicurare le prestazioni solo per i restanti giorni di Luglio in quanto la struttura è carente di personale in un periodo di ferie come l’attuale».

Purtroppo non sono affatto rare le situazioni come quella di Giannina che, tra l’altro, non ha mai “disturbato” il medico di base e che, sbagliando, s’è pure pagata per anni i farmaci.

La questione di fondo è che troppi medici di base non svolgono diligentemente il proprio lavoro. I Pronto soccorso s’intasano anche perché su di loro vengono dirottati tanti pazienti che dovrebbero essere opportunamente curati dal medico di famiglia.

Questi ultimi si tengono aggiornati? Quanti di loro si limitano a fare ricette e non visitano i pazienti? L’Assessorato regionale alla sanità controlla la qualità del servizio erogato da questi medici?

Guido Bertolaso, eccellente manager della Protezione civile, non parrebbe altrettanto valido nelle vesti di Assessore. Possibile che non gli sia giunto all’orecchio come negli ambienti sanitari sia soprannominato “zar” per le decisioni improvvide che spesso prende spostando da un ospedale all’altro gruppi di medici per tamponare situazioni considerate emergenziali?

Che Messi sia uno dei più grandi calciatori del mondo non implica automaticamente che possa anche essere, o diventare, un grande allenatore.

Le Case di comunità, volute dalla Regione Lombardia, sono state presentate come la svolta della sanità territoriale, ma si sono scontrate con la resistenza dei medici di famiglia e oggi il risultato è quello di strutture che non esprimono il loro potenziale.

Va per altro sottolineato che l’assessore Bertolaso sul tema Case di comunità e medici di famiglia si trova in buona compagnia con il ministro Schillaci che è sceso a un compromesso: la partecipazione dei medici di base per 6 ore settimanali nelle suddette Case.

Dopo anni di gestione Bertolaso i cittadini continuano a confrontarsi con liste d’attesa, difficoltà d’accesso alle prestazioni e una medicina territoriale che fatica a dare le risposte promesse.

Sembrano passati secoli dalla giunta presieduta da Roberto Formigoni quando il modello sanitario della Lombardia faceva scuola a livello internazionale.

Già Roberto Maroni aveva cominciato a smantellare il sistema sanitario, mentre Fontana, nel suo primo mandato funestato dall’imprevista sciagura del Covid, ha tentato di gestire come ha potuto la Sanità.

Consapevoli della delicatezza di un settore come quello che deve provvedere alla salute di milioni di Lombardi, nel suo secondo mandato Fontana ha ritenuto opportuno affidare ad un tecnico non eletto (e non in carico ad un partito) il competente Assessorato alla Sanità, che gestisce circa 24 miliardi di euro dei 34 dell’intero bilancio.

Agli attuali lombardi l’ardua sentenza sul lavoro di Bertolaso e sulla scelta politica di averlo nominato.

Condividi:

Post correlati