Celebriamo San Marco e facciamo diventare il 25 Aprile vera festa di liberazione e pacificazione

Dal 1945 il 25 Aprile è per l’Italia il giorno della liberazione dal nazifascismo.

Una data storica particolarmente sentita da chi aveva partecipato alla Resistenza (cattolici, comunisti, socialisti, liberali, repubblicani) affiancandosi agli Angloamericani fin dal 9 Luglio 1943, giorno in cui erano sbarcati sulle coste della Sicilia Sud-orientale.

Con il passare degli anni il 25 Aprile s’è trasformato in una kermesse con cortei lungo le vie delle principali città in cui a sventolare erano soprattutto le bandiere rosse, con al centro la falce e il martello, simbolo dell’internazionale comunista.

Ad accreditare la Resistenza partigiana come un fenomeno prevalentemente di sinistra hanno contribuito studiosi e storici di cultura marxista, facilitati nel compito dalla quasi totale assenza di ricerche e studi prodotti da intellettuali di altro orientamento.

Così, per esempio, dell’imponente apporto dei cattolici alla guerra di liberazione è rimasto ben poco nonostante le migliaia di laici e di ecclesiastici impegnati nella lotta armata oltre che in attività di assistenza e supporto morale.

Purtroppo a distanza di oltre 80 anni dalla fine di una guerra, che per il nostro Paese è stata anche civile, gli animi non appaiono ancora pacificati. Il 25 Aprile rimane pertanto un giorno divisivo per i boomer, mentre per altri (in particolare i giovani) un’occasione in più da dedicare al divertimento quando non all’ozio.

Di fatto, però, per dodici secoli il 25 Aprile è stata una festa religiosa in cui si celebrava San Marco evangelista, le cui spoglie, secondo la tradizione, sono state trasferite da due mercanti, da Alessandria d’Egitto a Venezia nell’anno 828. La ricorrenza coincide con il giorno del martirio del Santo (68 d.C.) ed è nota anche come “festa del bocolo”, tradizione in cui l’uomo dona un bocciolo di rosa rossa alla donna amata.

Come si legge nel sito “Vatican News” l’evangelista Marco collaborò con l’apostolo Paolo, conosciuto a Gerusalemme. Fu con lui a Cipro e poi a Roma. Nel 66 san Paolo dalla prigione romana scrive a Timoteo: “Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero”. Non si sa se Marco giunse a Roma in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente nella capitale dell’Impero si mise al servizio di Pietro, dopo la morte del quale si perdono le tracce anche dell’Evangelista.

Un’antica tradizione lo vuole evangelizzatore in Egitto e fondatore della Chiesa di Alessandria. Un’altra riferisce che, prima di rientrare in Egitto, fu ad Aquileia per curare l’evangelizzazione dell’area Nord-Est dell’Impero. Qui convertì Ermagora diventato primo vescovo della città. Lasciata Aquileia pare che, a causa di una tempesta, approdasse sulle isole Rialtine, nucleo originario della futura Venezia. Addormentatosi sognò un angelo che gli promise che in quella terra avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.

L’evangelista Marco morì probabilmente tra il 68 e il 72, forse martire ad Alessandria d’Egitto. Da lì nel V secolo fu traslato in una chiesa. Secondo una leggenda, nell’828 due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo, minacciato dagli arabi, nella città di Venezia dove è tutt’ora custodito nella Basilica a lui dedicata. Alcune sue reliquie sono conservate anche al Cairo, in Egitto, nella cattedrale di San Marco, sede del patriarca copto ortodosso Tawadros II.

Già nel 1071 San Marco fu scelto come titolare della Basilica e patrono principale della Serenissima. Nel tempo, Venezia restò indissolubilmente legata alla sua persona, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che poggia la zampa su un libro con la scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della città, posto in ogni suo angolo ed elevato in ogni luogo dove la Serenissima portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, degli ottici. È venerato come santo da varie Chiese cristiane: oltre alla cattolica, anche da quelle ortodossa e copta, che lo considera proprio patriarca.

I cattolici praticanti potrebbero farsi latori di una proposta per rilanciare la festa religiosa di San Marco alla luce della quale gli italiani potrebbero trovare una ragione in più per riappacificarsi superando risentimenti e odi generati da una guerra civile i cui protagonisti sono scomparsi da tempo.

Obiettivo non è svilire la celebrazione di una data che ha segnato la storia d’Italia, ma sublimarla per rafforzare la democrazia su cui si fonda la vita del Paese.

Come insegna papa Leone XIV la pace ha senso viverla oltre che proclamarla.

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