Milano, 01 febbraio 2018   |  

Frida Kahlo: Oltre il mito, la donna che ha rivoluzionato l’arte

di Paola Mormina

Apre al MUDEC di Milano dal 1 febbraio al 3 giugno 2018 la mostra più attesa ed acclamata, quella interamente dedicata alla pittrice messicana Frida Kahlo: in Italia esposti per la prima volta alcuni capolavori dell’artista mai visti nel nostro paese

Frida Kahlo

La pittrice messicana Frida Kahlo

Mi auguro che l’uscita sia allegra e di non tornare più” sono queste le ultime parole annotate dalla pittrice Frida Kahlo sul suo diario, pochi giorni prima di andarsene. Non poteva immaginare invece quanto la sua arte e le sue parole siano sopravvissute al tempo, fisse ed immutabili al suo trascorrere. Frida è tornata tra noi, e apre oggi 1 febbraio al pubblico una delle più importanti esposizioni a lei dedicate al Mudec di Milano. Promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ore Cultura-Gruppo 24 ore che ne è anche produttore, è interamente curata da Diego Sileo, teorico, storico dell’arte nonché curatore del PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano. La mostra ha portato in Italia più di cento opere tra dipinti (una cinquantina), disegni e fotografie, suddivisi secondo un criterio analitico attraverso quattro sezioni: Donna, Terra, Politica e Dolore.

I numerosi autoritratti sono la prima cosa alla quale si associa la sua arte, e non a torto, poiché a seguito del terribile incidente in autobus che le spezzò letteralmente corpo e vita, la sua immagine riflessa fu la sua unica compagnia.“Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio” affermerà in seguito: durante i lunghissimi periodi di degenza trascorsi con il busto ingessato a letto, la sua unica finestra sul mondo era rappresentata da uno specchio appeso sul letto a baldacchino che le consentiva di vedersi, e ovviamente, dipingersi. Abituata alla sofferenza fisica, vera guerriera e rivoluzionaria, amava raccontare di essere nata nel 1910 e non nel 1907 perché si sentiva figlia della rivoluzione messicana, e la costante nella sua intensa produzione pittorica ruota attorno all’immagine sacrificale del proprio corpo, oggetto di dolore estremo, ma anche monito per rivendicare, più in generale, un ruolo di uguaglianza.

Una splendida istantanea scattata dall’amica fotografa italiana Tina Modotti ci mostra lei e Diego Rivera in corteo durante una manifestazione per i diritti dei lavoratori: correva l’anno 1929, ed era il primo maggio. Frida mostra volto e portamento di chi non si è mai arresa, di chi ha sempre lottato per tutti, e proprio grazie alla Modotti entra a far parte del Partito Comunista, dove ritrova il pittore Diego Rivera al suo rientro dalla Russia. Il capitolo Rivera è affrontato con delicatezza durante la mostra, lui, secondo grande incidente della pittrice, si unirà in matrimonio con la giovane artista per la prima volta nel 1929. Le lettere ci mostrano come non sia stato il corpo a farla soffrire di più, attribuendo il ruolo di vero e unico carnefice proprio a Rivera. “Non ho mai sofferto così tanto e non pensavo di poter sopportare tanto dolore” scrive agli amici Ella e Bertram Wolfe nel 1931. Infedele per costituzione e per convinzione, Diego ad un certo punto sceglierà come amante proprio Cristina Kahlo, di soli 11 mesi più giovane di Frida, scatenando il pretesto per il divorzio.

La sezione che riguarda il loro amore mostra un bellissimo video che li ritrae nel cortile della casa Azul nel centro di Coyoacán, sobborgo di Città del Messico. Le immagini sono talmente dolci che è difficile assaporare i contorni velenosi che in realtà racchiudeva il loro rapporto, e il testo della canzone “Diego e io” di Brunori Sas che accompagna il video dice bene: “Due incidenti ho avuto nella vita, uno sei tu, nonostante questo io ti amo… Ma va, dove ti pare, tanto prima o poi lo so che tornerai a bussare, sì che questo è amore, puoi dirlo bene”. Frida rifugiò il suo dolore coniugale in altri rapporti, cercando nelle donne la dolcezza che gli uomini non le sapevano dare, come con la Modotti. Era una donna libera prigioniera in un corpo martoriato e non amava applicare etichette alla vita, tanto meno alla sessualità.

André Breton, padrino del surrealismo, giunse in Messico nel 1938 e rimase letteralmente folgorato dai suoi dipinti, oltre che da lei. Ma Frida non potrà mai sopportare neppure quella definizione della sua arte, che appartiene soltanto a lei: “Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.” In quella stessa casa inoltre sostava al tempo Lev Trockij, esule per eccellenza che Breton raggiunse appositamente dalla Francia per visitare, e che proprio in Messico incontrò la morte. Anche Trockij divenne suo celebre amante, ma tutti i suoi uomini hanno l'aria di essere soltanto dei piccoli risarcimenti impiegati in vari ruoli, primo fra tutti quello di sostituti dei figli che Frieduchita (così si firmava spesso nelle lettere) non aveva potuto avere.

La maternità negata fu per lei ulteriore fonte di sofferenza, il suo ventre martoriato a causa della malformazione pelvica non riusciva a portare a termine le gravidanze. Non germogliava vita nel suo grembo, e i numerosi aborti spontanei la segnarono ulteriormente nel fisico e nello spirito. Illuminante da questo punto di vista il dipinto “L’abbraccio d’amore dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xòloti”, dove il sangue che sgorga dal suo petto è simbolo di quell’impossibilità di avere figli vissuta in maniera così dolorosa; tale aspetto le fa invece assumere sempre più un ruolo materno proprio nei confronti del marito Diego Rivera, cullato tra le sua braccia come un neonato. In “Diego nella mia mente” dipinto del 1943, il volto è incorniciato da un elaborato copricapo che l’avvolge. In testa, sulla sua bella fronte, tra le sopracciglia, c'è Diego, il ritratto di Diego, il suo chiodo fisso, il suo amore, la sua ossessione e il suo dolore.

Nel 1954 subisce l’amputazione della gamba a causa delle sue sempre più critiche condizioni di salute, sprofondando in uno stato d’animo di turbamento e depressione. La parte finale della mostra intitolata “il bagno di Frida” interamente della fotografa Graciela Iturbide, è del tutto inedita. Nel 2007, entrata nella casa dell'artista per raccontarne la parte più intima della vita, ha scelto di riprendere soltanto il suo bagno, l’unica stanza proibita e interdetta al pubblico. Le immagini mostrano un ambiente freddo e spoglio costellato da bustini, stampelle, camici sporchi di sangue e manifesti del partito comunista. Per i visitatori è impossibile immaginare con quanta gioia d’animo la pittrice in preda alla polmonite scrisse sul suo ultimo quadro, otto giorni prima di morire, il suo epigrafico e più famoso anelito di gioia: ¡Viva la vida!, lasciando questa terra con la stessa forza con cui l’aveva vissuta.

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