Sondrio, 31 gennaio 2020   |  
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Meneghello e Borella sulle orme di Polo

Il fotografo scalatore, durante il secondo incontro promosso nell'ambito dell'iniziativa "Sfinge Alpina", ha illustrato, in una sala Vitali gremita di pubblico, l'avventuroso viaggio compiuto con l'amico.

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Giacomo Meneghello e Yanez Borella (credit Giacomo Meneghello)

Una Sala Vitali da “tutto esaurito” (oltre cento persone) nella serata di giovedì 30 gennaio, per ascoltare l’avvincente racconto di Giacomo Meneghello incentrato sul lungo viaggio (nell’ambito del progetto “Soul Silk” che ha trovato il sostegno di tantissimi sponsor e amici) compiuto con l’amico Yanez Borella a cavallo delle e-bike, con l’ambizione di ripercorrere le orme di Marco Polo lungo quella “via della seta” che per migliaia di anni ha rappresentato la rotta commerciale via terra più significativa della Storia, connettendo l’Est all’Ovest del continente asiatico.

Introdotto da Paolo Camanni, presidente del Cai Sezione Valtellinese di Sondrio – promotrice dell’incontro insieme con la “Fondazione Bombardieri” –, con la sua travolgente simpatia e interagendo di continuo con il pubblico, il fotografo-scalatore ha narrato con toni appassionati e spesso divertiti i momenti culminanti delle tappe, oltre agli inevitabili aneddoti di un’avventura unica, estremamente impegnativa (ma formativa) che lo ha condotto sino alla città cinese di Kashgar, nella provincia autonoma dello Xinjiang. Una narrazione che si è avvalsa del suo straordinario reportage fotografico, fatto non solo di splendidi panorami, suggestive albe e romantici tramonti, ma pure di volti, espressioni, situazioni, contrasti, di molteplici brani di vita e di quotidianità.

La lunga traversata ha inizio il 18 aprile 2019. Tredici le Nazioni attraversate pedalando, per 10.000 km di percorrenza, vivendo per 100 giorni un’esperienza a cavallo tra l’avventura e l’esplorazione, trainando un carretto di quasi 90 kg di peso, stipato di generi “di prima necessità”: le batterie, “cibo” per le due ruote, ciascuna del peso di quasi 6 kg, i due pannelli fotovoltaici (utilizzati soprattutto nei deserti attraversati), gli sci, le picche e i ramponi, per scalare le vette come da programma, oltre agli attrezzi da officina meccanica per intervenire in caso di guasto dei mezzi di trasporto (inevitabili le numerose e spesso drammatiche forature lungo le strade dissestate).
Lasciatisi alle spalle Paesi di eco culturale ancora europea, come la Croazia o la Slovenia, i due si sono addentrati in Turchia (improvvisandosi anche agricoltori), ove hanno trascorso una ventina di giorni, confrontandosi positivamente con la popolazione locale, gentile e collaborante, tra l’altro nel periodo del “ramadan”, per immergersi poi nel paesaggio calcareo della Cappadocia (en passant, in Turchia i due hanno scalato, sci ai piedi, l’Erciyes Dağı, 3900 mslm). Da lì, la voglia di mare li ha spinti a proseguire alla volta della Georgia, tra Europa e Asia, sino alla città di Batumi, la “Las Vegas del Mar Nero”, metropoli dalle architetture slanciate e futuristiche. Da Batumi, i novelli Indiana Jones si sono diretti - accompagnati quasi sempre da una pioggia inclemente - verso l’interno, per conoscere del Paese caucasico gli aspetti più autentici, sia sotto il profilo sociale che quello culturale.
Un Paese dominato da forti contrasti e ricco di zone rurali. Qui la popolazione rivela la sua impronta sovietica, meno amichevole, più taciturna e più chiusa rispetto a quella turca.
Un Paese anche di grandi oleodotti petroliferi ma pure del… vino, apprezzato dai Nostri dopo il periodo turco di astinenza… alcolica, e caratterizzato dal tipico chai. Infine, Tbilisi, la capitale, che nelle parole di Meneghello si è rivelata città moderna dai mille volti. Mentre le bellissime immagini scorrevano sullo schermo sino ad approdare all’Azerbaigian che, oltre alla Cina, è l’unico Stato che richiede il “visto di ingresso”. Il suo paesaggio rivela una storia filo-persiana: giardini pensili ovunque in un luogo che è invece caratterizzato dal deserto. Ma - così ha affermato Giacomo – «…è lì che è iniziato il nuovo viaggio!... Tutti gridavano, sembrava di essere in uno stadio, ci dicevano in ripetizione “Otkuda” (da dove venite, ndr) mentre ci vedevano e quando rispondevamo “Italia, Italia!”, la loro esclamazione entusiastica era solo “Toto Cutugno!». Un’accoglienza festosa, simpatica, e travolgente. In questo Paese Giacomo e Yanez si sono sentiti quasi “a casa”, interagendo fattivamente con gli abitanti, gentili e attenti. Infine, Baku, la capitale ove tutto fa percepire il forte contrasto tra lo spazio infinito e silenzioso dell’Azerbaigian e i suoi viali puliti e ordinati, i suoi giardini pensili, le sue belle vie ciclabili. Una ex-città sovietica, che però guarda sempre di più verso l’Europa, una città decisamente futuristica, ove svettano grattacieli sinuosi, alberghi di lusso, in uno scenario quasi da film di fantascienza. «…ma ciò che mi ha colpito di più – ha sottolineato Meneghello – è il fatto che ciascuno degli abitanti faceva il proprio lavoro con gioia… Una popolazione tranquilla, serena, ricca di dignità. Ciò ci ha insegnato moltissimo».

Abbandonata con un po’ di nostalgia Baku, con una nave cargo fantasma, affrontando una rocambolesca “crociera” della durata di circa 24 ore, Giacomo racconta poi di avere attraversato il Mar Caspio per raggiungere il Kazakistan, e il suo deserto con strade asfaltate e perfettamente a regime, e di lì l’Uzbekistan e quindi Samarcanda, la gloriosa città di Tamerlano, mèta mitica nell’immaginario collettivo, grazie anche ai versi della celebre canzone di Vecchioni. A differenza di quello del Kazakistan, l’umidissimo deserto uzbeko rivela però presto sgradite sorprese, causa la presenza di fastidiosi stormi di zanzare e mosche.

Un caldo torrido, al limite della sopportazione. Anche in questa nazione ci si confronta con gli abitanti che non si presentano tanto “folcloristici” come nei precedenti Paesi ma, in compenso, sono cordiali e curiosi. Con loro i due ultra-ciclisti sono riusciti a entrare in sintonia – hanno soggiornato in quelle terre per circa 20 giorni - e anche nella loro quotidianità, tanto da essere invitati a un matrimonio locale! Nella zona orientale dell’Uzbekistan ciò che colpisce i due viaggiatori sono le zone agricole, in particolare quelle adibite alla coltivazioni del riso.

Tra uno scatto, una pedalata, una visita a una fabbrica artigianale di seta e una ricarica alla batteria dell’e-bike (6/7 ore i tempi necessari per la ricarica, che costituiva il problema principale e sicuramente più urgente nel corso del viaggio), ci scappa pure la salita su una cima di 2300 mslm. E ci si ammala anche, grazie al batterio… “Tamerlano” che causa le note disfunzioni gastroenteriche comuni in molte altre parti del mondo. I locals indicano però ai due intrepidi che esiste un antidoto di provata garanzia… la vodka.

Per il resto, l’Uzbekistan – come gli altri attraversati – è un Paese di contrasti ove, per esempio, la vendita di alcolici è severamente vietata ma gli stessi si possono trovare e nemmeno tanto nascosti sotto i tavoli dei bar; un Paese ove esiste un serio problema per il selvaggio e anarchico traffico nelle strade malmesse e sterrate (e da dove di dipartono piste parallele alternative, il che causa caos ulteriore per le auto sovraccariche di generi di ogni tipo). In Kirghizistan il paesaggio, da desertico, d’incanto si presenta montano, con panorami davvero magnifici e nelle praterie di alta quota pascola una quantità infinita di cavalli. Sullo sfondo uno scenario naturale tanto ameno e sterminato, il maestoso Gruppo montuoso del Pamir.

Le popolazioni in cui ci si imbatte ora presentano caratteri somatici diversi, con tratti mongoli-orientali. Il panorama si arricchisce e si colora di contrasti cromatici che farebbero gioire ogni fotografo, non solo Giacomo Meneghello. Un Paese tranquillo, pacifico con dei bambini meravigliosi, sorridenti, altruisti, in cui la parola “invidia” non rientra di certo nel loro vocabolario. Giacomo mostra una curiosa foto: nel piccolo villaggio di Sary Taš, nella valle di Alaj, importante nodo stradale lungo l'Autostrada del Pamir, i conti si fanno ancora con … l’abaco!

Ma prima di approdare alla meta finale, la Cina, il “simpatico duetto” ha in animo di scalare il Peak Lenin (7134 mslm), seconda vetta del Kyrgyzstan. Ascensione tecnicamente non difficile, ma problematica vuoi per la quota vuoi per il meteo. Miete infatti, ogni anno, moltissime vittime che ne sottovalutano tali criticità.

Giacomo e Yanez toccano il Campo 1, posto a 4500 mslm; poi il Campo 2, arrivano al Campo 3. Ma il forte vento in quota li fa desistere dall’intrapresa. Del resto, andare in Montagna, con consapevolezza, e soprattutto il saper rinunciare – regola importantissima - è elemento primario del corredo sapienziale di ogni alpinista che si rispetti.
Dopo 13 giorni “spesi” nell’avvicinamento ai tre Campi base, la meta è vicina. Anche se, nei fatti, si dimostrerà ancora troppo lontana.

Il fantastico “viaggio nel tempo”, come lo ha definito il suo protagonista, è agli sgoccioli. Il paesaggio che accoglie i Nostri è meraviglioso. Ma altrettanto non si può dire dell’accoglienza. Alla dogana (anzi, alle “n” dogane), ci si imbatte in un labirinto di restrizioni burocratiche, assurdamente cavillose che creno più ostacoli che il vento impetuoso dei picchi del Pamir.

Controlli e ancora controlli, visti, domande insolite, il tutto per un sottile gioco kafkiano di totale, inutile assurdità. E sì che l’Italia è lontana! Tant’è che nella prima giornata, in questo andirivieni di dogane (a uno dei tanti check point cinesi anche le biciclette vengono smontate… per altri controlli) Yanez e Giacomo riescono a percorrere solo 70 km. Ma Pechino è ancora lontana... Giunti a Kashgar, con un clamoroso ritardo rispetto alla tabella di marcia, Meneghello si rende conto che proseguire nell’ultima tappa con queste “modalità” non ha più alcun senso. L’obiettivo - raggiungere il cuore della Cina - quando la stessa Cina, a questo punto, non rappresenta più il divertimento, la ciliegina sulla torta? La via del ritorno avverrà riattraversando il passo del Kyrgyzstan - che nell’andata adduceva alla Cina - e, di lì in Italia.

Una serata a dir poco entusiasmante, in cui Meneghello è riuscito a trasmettere, grazie alla sua verve comunicativa, ciò che per lo stesso ha rappresentato questa avventura con la "A" maiuscola. « In questo viaggio, diretto a oriente, ci pervadeva spesso la sensazione che stessimo invece facendo un “viaggio nel tempo”. Un viaggio tra le povere campagne dell'Italia del dopoguerra. Tra i trattori con tre ruote, l'agricoltura, l'abbaco e l'economia semplice di una volta. Lontana dal mondo della tecnologia e talora alienante del Terzo Millennio. Bambini sorridenti che giocavano lungo le strade, sorrisi, curiosità e il tempo che fluiva lento, scandito dal sorgere e tramontare del sole. Uno stile di vita basato sull'equilibrio, accontentandosi di ciò che si ha. Ciò significa una più o meno dignitosa sopravvivenza». (Mi.Ba.)

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10 Agosto 1867 è ucciso a fucilate, di ritorno dalla fiera di Gatteo, Ruggero Pascoli padre del poeta Giovanni Pascoli. L'evento verrà rievocato nel 1896 dalla celebre poesia X agosto, inclusa nella raccolta Myricae.

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