Sondrio , 22 aprile 2019   |  

Le sette parole di Gesù in croce

di Gabriella Stucchi

Le sette ultime parole di Gesù crocifisso, suo testamento estremo e supremo, scendono da un manufatto ligneo, la croce, divenuto uno dei simboli fondamentali della cristianità di tutti i secoli.

Le sette parole

Dopo un’esposizione degli eventi che segnano il Giovedì e il Venerdì Santo, l’autore mons. Gianfranco Ravasi, assai apprezzato, oltre che per le sue competenze bibliche, per la vasta bibliografia che comprende oltre centocinquanta volumi, si sofferma sulle parole di Gesù: “Padre, perdona loro” (Luca 23,34).

In primo luogo Ravasi si sofferma sulla parola “Padre”, con cui ha inizio l’invocazione; con lo stesso termine “Padre” Cristo morendo in croce consegnerà il suo spirito al Padre che lo ha inviato. In questo modo Cristo mostra di aver assunto in pienezza il ruolo di uomo, con tutti i dolori e le sofferenze e con la richiesta del perdono si fa intercessore presso il Padre per tutti i suoi fratelli.
L’autore chiarisce poi il significato del perdono, citando testi, tra cui l’Esamerone di Ambrogio, in cui si chiarifica che il perdono ha le sue radici nella potenzialità d’amore insita nella creatura umana. La tenerezza rinvigorisce il perdono; questo è anche liberazione da un incubo che stringe lo spirito, dando luogo a una nuova umanità.

“Ecco tuo figlio...Ecco tua madre” (Giovanni 19,26-27). Ravasi spiega che le due frasi di Gesù crocifisso non sono formule di adozione, ma dichiarazioni che offrono una rivelazione sulla nuova missione che la madre dovrà compiere. È quindi un messaggio che svela come Maria e il discepolo saranno tra loro in comunione di fede e di amore come il cristiano che accoglie e vive in comunione profonda con la Chiesa sua madre. Ravasi cita poi le numerose forme artistiche della raffigurazione della crocifissione e della deposizione della croce, in particolare di Maria.

“Sarai nel paradiso” (Luca 23,43). Nelle ultime ore Gesù è circondato da due “briganti” (l’autore sottolinea che nel corso della sua vita pubblica Gesù è sempre stato vicino ai “peccatori”). Il malfattore convertito rivolge un’invocazione a Gesù:
“Ricordati di me quando andrai nel tuo regno”. Egli è l’ultima persona sulla terra a parlare a Gesù prima che muoia. Luminose sono le parole pronunciate da Gesù:
“Oggi con me sarai nel Paradiso”. L’autore nota come il primo “inquilino” del paradiso in compagnia di Cristo è un miserabile, un peccatore. Da qui deduce che a nessuno è negata la possibilità, anche sulla soglia della morte, di cancellare il proprio male e di entrare nella gloria.

“Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Matteo 27,46; Marco 15,34). Sulle soglie della morte Gesù è solo e quasi ignorato anche dal Padre: Dio sembra indifferente al grido del figlio. Ravasi, citando un passo di Enzo Bianchi, rileva che qui “Gesù raggiunge tutte le solitudini e tutti gli abbandonati, diventa in pienezza partecipe della nostra condizione umana, non solo fisicamente, ma anche psichicamente e spiritualmente”.

“Ho sete” (Giovanni 19,28). La sete è un dato fisico che anche Gesù prova come tutti noi. Ma, come scrive Jean Vanier, “la sete di Gesù è una sete d’amore per le persone con le loro povertà e le loro ferite... La sua sete è che ognuno di noi possa essere ricolmo di gioia”. Questo avrà compimento proprio sul Golgota, quando dal fianco di Gesù escono sangue e acqua.

“È compiuto” (Giovanni 19,30). Ravasi, citando diversi autori, rileva che “quella di Gesù non è la rassegnata affermazione di una fine, ma la consapevolezza del raggiungimento di un fine, di una meta di pienezza il cui effetto perdurerà per sempre”. Il soffio finale che esce dalle labbra di Gesù morente è simile al gesto che compirà la sera di Pasqua, quando “soffiò e disse: «Ricevete lo Spirito Santo»” (Gv. 20,22).

“Nelle tue mani” (Luca 23,46). “È un’invocazione aperta a un atto estremo e supremo di affidamento” a Dio Padre, definita dagli esegeti “cornice epifanica della morte di Gesù”. Sono parole di fiducia nel dolore, aperto alla speranza. La morte allora non è un precipitare nell’abisso del nulla, ma un abbraccio, un affido, un’apertura all’eterno. L’autore rileva che questa invocazione è ripresa da Stefano, il primo martire e da tanti altri credenti nel momento in cui stanno per concludere l’itinerario terreno.

Ravasi continua seguendo le ore e gli eventi successivi al Golgota, fino alla risurrezione, sottolineando in particolare il significato della croce, divenuto uno dei simboli fondamentali della cristianità di tutti i secoli. Cita nomi di santi, di padri della Chiesa, di teologi, di scrittori, di filosofi, oltre a titoli di film e di romanzi. Ma la croce non è l’approdo estremo: essa richiama verso l’alto.

“Parole, musica e immagini” costituiscono l’ultimo capitolo, in cui Ravasi rivela la grande risonanza suscitata dalla Passione di Gesù in croce nei vari ambiti artistici.

Il libro rivela l’eccellente cultura del card. Ravasi che, partendo dal versetto biblico, opportunamente commentato, coinvolge il lettore in una straordinaria atmosfera che non solo rende sempre più chiaro il testo, ma lo arricchisce con i contributi di autori e testi di varie epoche e di diversa impostazione, sempre con lo scopo di rendere più luminoso ed educativo il messaggio che deriva dalla Crocifissione, morte e risurrezione di Gesù.

Gianfranco Ravasi “Le sette parole di Gesù” – Queriniana – euro 20.00

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