Sondrio, 10 febbraio 2018   |  

Fabrizio De André, storia di un uomo che non voleva essere raccontato

di Martina Bricalli

Un film e un concerto dedicati al Faber della musica italiana

Fabrizio De Andre

“Mi chiamo Fabrizio De André, ho ventiquattro anni, vengo da una famiglia benestante: mio padre è consigliere delegato di una grande industria, un tipo molto severo e, quando ha saputo del mio “pallino” musicale, almeno per i primi tempi, sono stati guai! Mia madre, invece, mi ha sempre un po’ viziato e quindi, anche allora, è stata dalla mia parte. Studio legge all’università e spero di laurearmi prestissimo; contemporaneamente, da bravo padre di famiglia, lavoro: sono amministratore di tre istituti di istruzione privata, qui a Genova. Quanto alle mie canzoni, ne scrivo da quando ero studente di liceo: sono sempre stato un inguaribile romantico e insieme un gran polemico, ce l’ho sempre avuta con le ingiustizie della società, con l’ipocrisia; e siccome avevo bisogno di sfogarmi, scrivevo delle storielle che poi mettevo in musica e accompagnavo con la chitarra, togliendomi la gran soddisfazione di dire ciò che pensavo veramente.”

Era il 18 Febbraio 1940 e Fabrizio De André iniziava a farsi sentire con i primi vagiti tra le vie del capoluogo ligure. Il quartiere genovese di Pegli, con la sua Via De Nicolay, 12 gli ha dato i natali, per poi lasciarlo fuggire con la famiglia nella campagna astigiana, durante il periodo del secondo conflitto mondiale. Finita la guerra, la famiglia – di origini piemontesi – ritorna a Genova, dove Fabrizio cresce e frequenta le scuole.

Come traspare dai testi delle sue canzoni, l’indole critica e sui generis di Fabrizio si faceva sentire già durante gli anni scolastici, tra espulsioni, compiti in classe lasciati a metà e diverbi con i professori. Questo suo tratto lo caratterizzerà per tutta la vita – fortunatamente, potremmo dire – ed è forse grazie a tale aspetto che oggi lo ricordiamo come uno dei maggiori cantautori italiani. Cosa ne sarebbe stato di Fabrizio De André se non avesse portato a spasso l’amore sacro e l’amor profano, se non avesse raccontato degli ultimi e delle prostitute, se si fosse accontentato della religione come la conoscono tutti? Sarebbe rimasto un Fabrizio qualunque, e non il Faber della canzone italiana. 

“A Sanremo ci andrò quando mi faranno cantare il Cantico dei drogati, cioè mai”, così diceva a proposito del Festival che si sta svolgendo in questi giorni, facendoci capire la superiorità della sua poesia, che andava al di là delle regole, della società e del perbenismo.

“Faber” l’aveva chiamato l’amico d’infanzia Paolo Villaggio, un po’ per l’assonanza con il nome e un po’ per la sua passione per i pastelli della Faber-Castell, e “Faber” l’ha chiamato l’Italia negli anni avvenire. Villaggio gioca un ruolo fondamentale nel percorso artistico del cantautore genovese, spronandolo verso il mondo della musica e portandolo con lui sul palco dove, agli esordi delle carriere di entrambi, De André accompagnava con voce e chitarra i primi spettacoli dell’amico. Carlo Martello, ad esempio, nasce in quegli anni, per essere recitata sul palco dai due compagni alle prime armi. Faber ne parla così, quando viene denunciato per immoralità: “Con questa canzone, ho voluto demitizzare quel certo alone che siamo abituati a porre intorno ai personaggi storici che tendiamo a divinizzare, dimenticando che furono uomini come noi, con voglie e difetti umani. La mia, dunque, non è oscenità, ma lotta alla retorica che, nonostante il cosiddetto progresso, continua a condizionarci”.

Villaggio era anche l’amico di scappatelle serali con le prostitute, tanto apprezzate da De André che a vent’anni si fidanza con una di loro, con un certo disappunto da parte del padre.

Il padre rappresenta un’altra figura fondamentale dell’esistenza di Fabrizio. Un rapporto di amore e odio, dettato dalla differenza generazionale, dalle diverse ambizioni che ciascuno dei due si era prefissato e da una visione del mondo molto differente. Nonostante le divergenze, il cantautore mantiene sempre buoni rapporti con quel padre che, da adolescente, gli regala una chitarra perché col violino proprio non voleva aver a che fare.

“Luigi l’avevo conosciuto in una balera di piazza De Ferrari, a Genova. Una sera, sentii qualcuno toccarmi su una spalla, mi voltai e lo riconobbi, era Tenco. Mi apostrofò: «Sei tu che vai a dire in giro che Quando l’hai scritta tu?». E io: «Sì»” è così che Faber racconta del suo primo incontro con un altro dei grandi della cosiddetta scuola genovese. L’artista concittadino di De André diventa suo grande amico, oltre che grande sostenitore; anche lui, come Villaggio, ne riconosce il talento e incide due volte la sua canzone Ballata dell’eroe , inserendola anche nel film La cuccagna in cui aveva recitato. Il profondo legame tra i due viene spezzato dalla morte di Tenco, che decide di togliersi la vita, nel 1967, in un albergo di Sanremo, dove alloggiava per il Festival. L’amico gli dedica allora una canzone, contenuta nell’album Volume I, dal titolo Preghiera in gennaio.

La vita sentimentale di De André è costellata da una serie infinita e tormentata di amori: amori fuori dal comune, dalle regole e spesso dal tempo, come sarà la storia d’amore con Dori Ghezzi. Fabrizio diventa padre molto giovane, con la compagna Enrica Rignon, sette anni più grande di lui, alla quale rimane legato dal 1962 al 1975. Una relazione problematica che termina, infatti, con l’incontro, nel marzo 1974, con il grande amore di Faber: Dori Ghezzi. Inizialmente amante durante gli anni di matrimonio con la Rignon, Dori diventa sua compagna ufficiale non appena divorziato dalla prima moglie e, nel 1977, hanno una figlia, Luisa Vittoria.

A Dori, Fabrizio non dedicherà mai alcuna canzone, preso dalla paura di trasformarla in finzione; è però un altro fatto riguardante la coppia a far nascere una nuova melodia: il rapimento. Nell’estate del 1979, i due vengono rapiti nella loro casa in Sardegna, per essere poi rilasciati solamente tre mesi più tardi. Hotel Supramonte è il risultato dell’elaborazione della vicenda da parte di De André.

Un uomo dalle mille sfaccettature, che ha raccontato con le sue canzoni i mondi che più lo affascinavano e un uomo che, nonostante il suo essere schivo e poco avvezzo al pubblico è ancora raccontato tra i banchi di scuola e le poltrone dei cinema. Il 23 e il 24 Gennaio, infatti, è stato trasmesso in anteprima il film biografico a lui dedicato “Fabrizio De André. Principe Libero” di Luca Facchini e, per chi se lo fosse perso, Rai Uno lo passa in prima serata il 13 e il 14 Febbraio.
Anche Sondrio ha deciso di omaggiarlo con un concerto che si terrà sabato 11 Febbraio, al Teatro Sociale, alle ore 21.30. “Faber per sempre” è diretto da Pier Michelatti – storico bassista del cantautore – e promosso dalla Fondazione De André.

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