Sondrio, 15 ottobre 2021   |  

Una speranza affidabile. Mons. Delpini e il tempo presente

di Giulio Boscagli

L'Arcivescovo di Milano: mi sembra che manchi tra molti milanesi la voglia di partecipare, e con gioia, a quello che la Chiesa offre”.

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Monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano (credit foto: Chiesa di Milano)

Le scorse settimane hanno messo in luce diverse questioni meritevoli di approfondimento. Ne enumero qualcuna a caso. Sul piano culturale e religioso: in Francia dopo il dossier sui casi di abuso di minori da parte di religiosi è iniziato l’attacco al segreto confessionale.

I giornali d’oltralpe segnalano la tentazione del governo di attentare alla segretezza della confessione e si chiedono se il segreto del confessionale sia superiore alle leggi della République.

Decisa la risposta della Chiesa francese a difesa del sacro vincolo. Ancora nel campo religioso ecco che il novello premio Nobel per la fisica, italiano, alla domanda fattagli in un’intervista “Lei crede in Dio?”, ha risposto: “Dio per me non è neanche un’ipotesi”. Il che mette seri dubbi sulla apertura mentale di un premio Nobel, per di più un fisico, vale a dire uno che per mestiere dovrebbe vagliare tutte le ipotesi possibili.

Del resto è uno di quei docenti che contribuì a impedire a Benedetto XVI di tenere la prevista conferenza all’Università di Roma, La Sapienza, macchiando così indelebilmente un’istituzione secolare che dovrebbe essere “tempio” di scienza e cultura.

Certo, Benedetto avrebbe costretto il professore e i suoi colleghi a riflettere proprio sulla concezione di ragione, sulla funzione di ricerca della verità e sul ruolo dell’università (peraltro, questa, fondata a suo tempo dal papa Bonifacio VIII e, come tutte le università medievali, nate da quel “cercare Dio” in ogni cosa introdotto dal cristianesimo nella cultura occidentale).

Una lettura attenta di quel discorso non pronunciato farebbe un gran bene al nostro premio Nobel come a tanti suoi scettici colleghi. Sul piano politico potremmo commentare l’esito del primo turno elettorale (peraltro ampiamente previsto in un precedere editoriale), oppure il fatto che Fratelli d’Italia sia diventato, nei sondaggi, il primo partito italiano e le perturbazioni che questo porta all’intero sistema politico e non solo a quello; o ancora commentare la coraggiosa iniziativa di Draghi per il G20 sull’Afghanistan per non parlare delle tensioni del Green Pass…

Ho preferito un’altra strada. Spinti qua e là da tante sollecitazioni, turbati dagli eventi non sempre facili da interpretare, preoccupati e talvolta paurosi del futuro, noi uomini di questo tempo cerchiamo punti di appoggio sicuri.

Su questo sito, in particolare, si è spesso cercato di riflettere sul ruolo che una presenza - organizzata o meno - di cattolici sia essenziale per la crescita del Paese e come si senta la mancanza di giudizi originati da una fede vissuta. Al di là dei movimenti in corso a livello più strettamene politico, e di cui vediamo tutte le difficoltà, è proprio dai cristiani che è lecito attendersi un di più di speranza, una maggiore capacità di giudizio nell’interpretare il presente.

Proprio per questo mi ha molto colpito l’intervista rilasciata dall’Arcivescovo di Milano, Mons Delpini, al quotidiano Libero, domenica scorsa. Intervista passata un po’ in sordina e che invece merita una ripresa perché porta un serio contributo al giudizio.

Già il titolo è ben pensato “Milano generosa ma triste, non sa in che cosa sperare” e, diversamente da altri casi, rispecchia il tenore dell’intervista. Mi ha richiamato alla memoria quell’altro titolo in cui la stampa sintetizzò un intervento del cardinale Arcivescovo di Bologna, Giacomo Biffi, “Bologna sazia e disperata” (in realtà il Cardinale aveva fatto una riflessione più articolata che riporto “….sazia di beni (si riferiva alla Regione Emilia Romagna), voglia di vivere e divertirsi, ma anche disperata perché non aveva voglia di trasmettere la vita e nemmeno di conservarla”).

Sul tema della speranza, e del suo venir meno, Delpini non è diverso – sarà per la comune appartenenza al realismo ironico del prete ambrosiano. Alla domanda “le sembra che i milanesi stiano perdendo la speranza”, il vescovo risponde netto “Purtroppo sì e anche questo contribuisce a rendere triste la citta”.

Poco prima aveva detto al giornalista che gli chiedeva un giudizio sulla ripartenza post covid : “rimane senza risposta una domanda importante che ci si deve porre: verso dove andiamo?”. Un esempio della tristezza di Milano: “vedo che ci sono tanti cani e pochi bambini, e i cani, con tutto il rispetto per loro, non sono ancora attrezzati per cantare i canti di Natale.

C’è un’eccessiva sproporzione tra il numero delle persone anziane e i bambini piccoli. Bisogna riflettere molto su questo”. E poi, interrogato ancora sulle cause di questa tristezza: “dipende anche dal non dare contenuto concreto alla speranza. Dal fatto che non si sappia bene dove si va. Dal fatto che le persone riempiono la solitudine con animali di compagnia, con i viaggi, con il lavoro eccessivo”.

L’arcivescovo sottolinea anche la generosità di Milano manifestata in molti modi a favore delle perone in difficoltà, ma anche in questo caso non manca di un giudizio puntuale: “la carità non è e non deve essere assistenzialismo, deve fornire le condizioni perché ciascuno tiri fuori le proprie risorse”. C’è anche una proposta “politica” riguardo alle priorità ritenute necessarie per una metropoli, “quella di un’alleanza sul territorio tra istituzioni pubbliche, comunità cristiana e associazioni che contrasti le disuguaglianze e non renda più ricco chi già lo è”.

Ma la Chiesa cosa deve fare in questa situazione? “Annunciare una speranza affidabile. Ma mi sembra che manchi tra molti milanesi la voglia di partecipare, e con gioia, a quello che la Chiesa offre”.

Non c’è sottovalutazione da parte di Delpini. Alla domanda se la pandemia abbia riavvicinato la gente alla fede, la risposta è netta “Non credo proprio. Ha portato alcuni credenti al distacco da alcune abitudini religiose. Però ha portato alcuni non credenti a interrogarsi sul rapporto con Dio”.

La lunga intervista merita di essere letta per intero e documenta che la Chiesa ambrosiana, pur in mezzo alle difficoltà di tutti, ha una guida che non dimentica che la vita ha un senso, che il mondo ha un significato che nelle difficoltà “sono soprattutto le relazioni che aiutano”.

Un insegnamento che va oltre le mura milanesi e riguarda l’intero Paese: fortunatamente sono ancora molti quelli per cui Dio è più che un’ipotesi e riconoscono di essere ogni giorno donati dal mistero ineffabile di un Dio che ha voluto incontraci nel suo Figlio; e a partire da questo costruiscono pezzi di società buona.

Con l’augurio che “la scoperta dell'interazione tra il disordine e le fluttuazioni nei sistemi fisici dal livello atomico alla scala planetaria” (queste le motivazioni del premio) consenta al nostro Premio Nobel di accorgersi della bellezza e della ragionevolezza di chi tutto questo l’ha creato.

 

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