Sondrio, 12 novembre 2021   |  
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L'Europa ha perso le origini; e si vede

di Giulio Boscagli

Il Vecchio Continente sembra ripiombato nel paganesimo di mille credenze: ambientalismo, scientismo, animalismo, genderismo.

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La drammatica situazione di alcune migliaia di persone spinte al confine tra la Polonia e la Bielorussia dall’azione provocatoria dell’autocrate presidente Lukashenko per ottenere vantaggi dall’Unione Europea, porta ancora una volta in evidenza i limiti dell’Unione Europea.

Un affronto adeguato del tema dell’immigrazione di persone in fuga da territori in guerra o in movimento per motivi economici è ben lontano dall’essere prioritario nelle agende dell’UE. Lo vediamo da sempre riguardo al problema dell’immigrazione nel nostro Paese ma, anche per gli eventi in corso, la reazione sembra assai più motivata dagli interessi tedeschi che da un desiderio di affrontare con determinazione un problema epocale.

La difficoltà nell’affrontare il tema va ricercata a mio parere in una permanente incertezza della UE riguardo la propria identità politica ma soprattutto culturale.

È necessario ricordare che, all’origine dell’Unione Europea, c’è un’iniziativa di grande valore culturale e sociale prima ancora che politico o economico. È la dichiarazione che il ministro degli esteri francese Robert Schuman rese pubblica il 9 Maggio del 1950 (questa data è oggi la festa dell’Europa).

«Il governo francese propone di mettere l'insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un'organizzazione alla quale possono aderire gli altri Paesi europei».

Sono parole che al lettore di oggi possono apparire banali, abituati come siamo alla facilità di scambi economici e ad accordi internazionali sull’industria e i commerci.
Ma in quei giorni della metà del secolo scorso erano ancora fumanti in tutta l’Europa le macerie della guerra mondiale: per quasi un secolo la storica rivalità franco-tedesca aveva riempito i cimiteri di guerra di entrambe le nazioni (per non parlare di quelli di tutte le altre coinvolte).

L’accordo economico rappresentava perciò un alto valore politico orientato a un bene supremo, quello della pace tra i popoli: «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano».

La dichiarazione contiene anche una preziosa indicazione di metodo: «L'Europa non potrà farsi una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».

È questo il fondamento dell’attuale Unione Europea, allora solo un piccolo seme che fu coltivato con attenzione da una generazione di politici, in prevalenza cristiani (De Gasperi, Adenauer oltre a Schuman) ma anche laici amanti della libertà. Un seme che in Italia venne coltivato anche contro la zizzania diffusa dal Partito comunista italiano, all’epoca ferocemente contrario a quella scelta di cooperazione europea e da schiere di intellettuali abbagliati dal comunismo. In compenso per generazioni più giovani che entravano in quegli anni nella vita pubblica l’avventura europea scaldava i cuori e appassionava alla politica.

È questo il seme che, dopo aver prodotto grandi frutti (penso alla fine delle barriere doganali, alla libertà del movimento di persone e merci, a tanti interventi per le aree più in difficoltà etc.) nel procedere della storia europea, ci si è (volutamente?) dimenticati di coltivare. La spia più evidente di questo fu il mancato riconoscimento, nei trattati, delle radici cristiane.

Per chi vuole riflettere in modo approfondito sul tema, è uscito da qualche mese per i tipi dell’editore Cantagalli una raccolta di interventi di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI con un titolo che può anche apparire provocatorio “La vera Europa identità e missione”. Sono testi che consentono di entrare nel cuore della questione europea in modo non superficiale; il politico ne trarrebbe utili insegnamenti per la sua azione.

Leggendo il volume ci si accorge che già quarant’anni fa Ratzinger metteva in guardia dai rischi che correva l’Europa: «Una mera centralizzazione delle competenze economiche o legislative potrebbe anche portare a un rapido declino dell’Europa se, per esempio, sfociasse in una tecnocrazia il cui unico scopo fosse la crescita dei consumi». Non è difficile verificare l’attuazione di un’affermazione fatta diversi anni prima dei trattati di Maastricht, Nizza e Lisbona che hanno istituzionalizzato questa tendenza.

L’UE ha da tempo lasciato la strada sicura di costruire su un solido fondamento per affidarsi alla tecnocrazia e ai variabili sentimenti politici.
Ma non si può costruire senza valori adeguati di riferimento. Secondo Ratzinger «solo se il concetto di Europa rappresenta una sintesi di realtà politica e idealità morale può diventare una forza determinante per il futuro».

In uno dei suoi interventi cita una frase del teologo protestante Rudolf Bultmann che fa meditare «Uno stato non cristiano è fondamentalmente possibile, ma non uno stato ateo». Se poi commentiamo questa affermazione con l’aforisma attribuito a Chesterton – «Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto» – abbiamo una chiave di lettura anche per questa fase della storia europea.

Il tempo che viviamo è infatti sfidato, sul piano politico, da credenze che riempiono il vuoto degli Stati con una religione, anche quando laicizzata come nel comunismo cinese; mentre l’Europa sembra ripiombare nel paganesimo di mille credenze (ambientalismo, scientismo, animalismo, genderismo…), tutte accomunate da un accantonamento dell’unicità dell’uomo e soprattutto della sua dimensione creaturale. Sempre Ratzinger ricorda come «Dio non viene semplicemente rifiutato, ma è confinato nell’ambito del meramente privato, del soggettivo».

Nella questione europea e nel dibattito sul suo futuro è del tutto silente la voce della politica d’ispirazione cristiana: quello che fu il partito dei fondatori cristiani dell’Europa, il Partito Popolare Europeo, non è molto di più di un partito conservatore centrista in cui le esigenze di giustizia, solidarietà e sussidiarietà – un tempo perni della cultura popolare – sono passate in secondo piano rispetto a un certo efficientismo economico di marca tedesca mentre sul piano della vita buona (l’idealità morale) subisce l’assedio di un laicismo aggressivo ben inserito nei luoghi (antichi e nuovi) che condizionano l’opinione pubblica.

È tempo di sperare che dall’esperienza cristiana di tante comunità vive – anche se minoritarie- in Europa possano nuovamente nascere vocazioni politiche all’altezza delle sfide contemporanee.

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