Sondrio , 20 marzo 2020   |  

Non uscite! Ma fermiamoci anche a pregare e riflettere

di Giulio Boscagli

Un nemico invisibile è diventato il protagonista della vita sociale, si è arrogato il diritto di vita e di morte sulle persone; sta sconvolgendo giorno dopo giorno la vita economica e sociale del nostro paese (e ormai anche di tanti paesi europei).

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“Non uscite”. Niente sarà più come prima”. “Andrà tutto bene”. Queste alcune delle frasi che in questi giorni drammatici ci arrivano da ogni parte. E poi l’impietoso bollettino che verso sera aggiorna l’espansione del contagio. Un nemico invisibile è diventato il protagonista della vita sociale, si è arrogato il diritto di vita e di morte sulle persone; sta sconvolgendo giorno dopo giorno la vita economica e sociale del nostro paese (e ormai anche di tanti paesi europei).

Servono a poco, ormai, i dibattiti sull’origine, la ricerca del paziente zero, se il virus sia arrivato dalla Germania o ce lo siamo portato in casa noi. Siamo in guerra e non abbiamo molte armi per difenderci. Anche il dibattito e le polemiche tra esperti, veri o improvvisati, vanno scemando di fronte a un nemico che è ormai tra noi e non distingue i suoi obiettivi micidiali.

Per questo il governo e le autorità regionali hanno chiuso il paese cercando di circoscrivere il contagio chiedendo a ciascuno di noi un sacrificio non di poco conto. Soprattutto per chi si trova confinato nel piccolo spazio di un appartamento, con figli, e magari la necessità di lavorare online. Ma anche per chi vive solo senza esservi abituato, e per anziani che abbisognano di assistenza o compagnia, il sacrificio richiesto è pesante.

Il nemico ha colpito il valore più grande di un popolo: la relazione. “Nessun uomo è un’isola” scriveva Thomas Merton dando un’immagine poetica a una realtà profondamente radicata nel cuore dell’uomo, di un uomo che Dio ha fatto a Sua immagine e somiglianza, a somiglianza di un Dio che è relazione in Se stesso, relazione misteriosa di Padre, Figlio e Spirito.

La relazione è ridotta quando non tolta. “Non uscite”. Obbediamo, ma anche preghiamo perché questa privazione abbia presto un termine. La grande disponibilità di mezzi di comunicazione di cui oggi possiamo far uso, aiuta nella resistenza, ma non può sostituire il dono dell’altro fisicamente, concretamente incontrato, abbracciato, amato.

Che niente sarà come prima sembra quasi ovvio alla luce dei disastri economici e sociali che il virus sta provocando nel mondo. Nulla ci garantisce che il cambiamento ci porti a condizioni migliori di vita. Una grande provocazione come questa mette e nudo i desideri dei cuori: lo vediamo in questi giorni. Da un lato la dedizione di tanti operatori sanitari a vari livelli e addetti ai servizi connessi che non si risparmiano per curare e salvare vite al rischio della propria.

Dall’altra chi cerca di approfittare della situazione sia per grandi come per piccole speculazioni a fini particolari.

Non è sempre vero che dopo una catastrofe ci si rialza migliori; abbiamo ricordato in un precedete intervento che il disastro della Grande Guerra terminò con un tale strascico d’ingiustizie non risolte da porre le basi di un nuovo e ancora più imponente disastro.

Quando la pandemia allenterà la sua presa sarà fondamentale, per il futuro del nostro paese, una profonda riflessione su alcuni punti essenziali.

Innanzitutto il senso dell’Italia per la democrazia. In pochi hanno fatto notare che il virus ha liquefatto il Parlamento: Camere e Senato non hanno voce, non sono interlocutori all’altezza per un governo chiamato a prendere decisioni per le quali era ben lungi dall’essere preparato e per le quali avrebbe bisogno di un consenso ampio parlamentare.

La formazione dell’attuale Parlamento, del resto, è la prova provata del danno che l’antipolitica – coltivata e titillata nei centri veri del potere, ha fatto per lunghi anni fino a riempire le aule di troppe persone che non hanno alcun senso di appartenenza nazionale, di attenzione al bene comune, di studio dei problemi. Esperti nell’uso dei social e diffusori di news – spesso fake – ma del tutto inadeguati come rappresentanti di un popolo nel momento del bisogno.

Una seconda riflessione sarà necessaria sul funzionamento dei meccanismi burocratici, la macchina dalla quale dipendono le decisioni prese dai chi governa. Questa macchina è da sempre autoreferenziale, tuttavia nella prima repubblica seguiva le indicazioni della politica di cui aveva stima; ora la macchina è senza vera guida e gli innesti che i recenti governo hanno fatto nell’apparato burocratico sembrano aver peggiorato la situazione.

La necessità di decisioni urgenti (ad esempio per l’acquisto degli strumenti sanitari) sta trovando resistenze non solo nell’improvvisazione del governo ma spesso soprattutto nell’applicazione occhiuta di norme nonostante l’emergenza. Chi è stato anche solo per poco in una pubblica amministrazione sa bene che il funzionario pubblico non si sente tutelato a sufficienza nelle sue responsabilità dal rischio di indagine penale spesso generata dall’applicazione di norme contorte o addirittura illegittime prodotte dai governi.

E soprattutto sarà utile discutere seriamente di Europa quale vorremmo che servisse a una difesa del bene dei popoli europei e non solo degli ambienti privilegiati dell’economia e della finanza.

Andrà tutto bene? Non illudiamoci, non è affatto scontato e in ogni caso non sta andando bene già oggi per tanti che si ammalano o perdono i loro cari. L’ottimismo non ha ragione di essere, la speranza cristiana sì.

“La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità”. (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, 21).

Perché questo avvenga occorre tornare a riconoscere il posto di Dio nel mondo, a testimoniare una compagnia al destino come la Chiesa ci insegna da sempre e che sola rende in grado di reggere le misteriose provocazioni del tempo.

19 marzo, San Giuseppe

 

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