Sondrio , 20 settembre 2019   |  

La nostra Democrazia e il bene comune

di Giulio Boscagli

Riflessione sul saggio della studiosa Chantal Delsol, una raccolta di studiosi di diversi paesi europei che affrontano il tema della democrazia oggi

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L'assemblea costituente

Che cosa è successo col passaggio al nuovo secolo che ha fatto sì che la democrazia sia messa così in discussione, tanto nei paesi occidentali che in quelle culture esterne che in precedenza vi si riferivano come a un modello?

Inizia così il saggio della studiosa cattolica Chantal Delsol che introduce il volume che raccoglie gli interventi di ottanta studiosi, di diversi paesi europei, per affrontare il tema, che dà il titolo al libro, “La democrazia nell’avversità” .

Si tratta di un intervento prezioso che aiuta a collocare il dibattito odierno, così come si sta sviluppando anche in Italia, in un contesto più adeguato.

La studiosa ci ricorda che la democrazia moderna nasce nei monasteri benedettini del sesto secolo, poi nelle città italiane del Dodicesimo e nella Magna Carta inglese ed è “interamente fondata sulla fiducia nel giudizio di ogni singola persona, sulla grandezza della persona che la rende degna di scegliere il proprio destino (educare i propri figli, scegliere il proprio sposo/sposa, avere proprietà della terra). La fiducia nel giudizio popolare non è quindi una facciata o un’illusione: ma una profonda convinzione secondo la quale il buon senso, ben distribuito, permette all’uomo del bar di decidere altrettanto bene del professore quando si tratti di fare la guerra o la pace, la libertà piuttosto che l’uguaglianza”.

Si riconosce facilmente in un’affermazione come questa l’eco della concezione cristiana della persona e nello stesso tempo si può verificarla nella situazione attuale, in cui le capacità decisionali sembrano essere possesso solo di pochi eletti, quelli che nell’antichità si chiamavano ottimati e oggi più semplicemente tecnocrati. Il loro principio di azione è il TINA (There is no alternative, non ci sono alternative), e lo vediamo all’opera nello svolgersi dell’azione politica contemporanea che sembra impostata su principi indiscutibili, patrimonio solo di privilegiate élite.

“La tecnocrazia – scrive la Delsol – impone la società del mercato e il libertarismo nei costumi, il cosmopolitismo e la cancellazione delle frontiere, in nome di un progresso fatalmente inevitabile e di un senso della storia che pretende di essere oggettivo (e tutto quello che è contro a questa visione viene bollato come regressivo o anticivilizzazione)”

E’ la visione propria delle élite che detengono il potere reale nell’economia, nella finanza e nel mondo dell’informazione e che le distacca sempre di più dalla vita reale delle popolazioni. Quando questa visione permea le forze politiche, di qualunque colore, l’unico strumento che rimane ai cittadini per manifestare il proprio dissenso è l’espressione del voto.

“I populismi sono delle risposte furiose e spesso irragionevoli a delle democrazie che hanno rinunciato a un vero pluralismo”.

Gli accenni a questo intervento della Delsol sembrano adattarsi anche alla situazione che viviamo in Italia, in quella che impropriamente chiamiamo seconda Repubblica. Da cinque lustri ormai non discutiamo più a fondo su cosa sia meglio per il bene del popolo italiano ma combattiamo su fronti avversi per far vincere il generale che, pro tempore, comanda una delle armate in conflitto.

E così il paese non cresce, i toni del dibattito s’inaspriscono, è tornata la parola odio tra i competitori, si parla di nemico piuttosto che di avversario politico… Paradossalmente sembra che il lo spirito settario del comunismo, il cui abbattimento assieme ai muri ha generato la “seconda Repubblica”, sia tornato vincitore all’interno di quella che dovrebbe essere una dialettica democratica.

La ricorrente richiesta di maggiori poteri da attribuire a chi governa non appare oggi motivata da una giusta ricerca di efficienza quanto piuttosto dalla volontà di poter imporre la resa senza condizioni al “nemico” politico.

In questo clima la scelta di un sistema elettorale proporzionale mi sembra preferibile a uno maggioritario, almeno per due motivi. Il primo, più politico, perché il proporzionale impone la ricerca di alleanze tra forze diverse costringendole a diminuire la conflittualità per ricercare convergenze, possibilmente virtuose.

Il secondo è fondamentale: non si può assegnare a un Parlamento senza rappresentanza proporzionale dei cittadini il potere di modificare in profondo la Costituzione. Il patto che vincola tutti gli italiani a determinate regole e comportamenti deve essere modificato – se necessario – solo con il più ampio consenso possibile perché possa rimanere un patto capace di garantire il pluralismo delle diverse presenze cultuali, religiose, sociali e quindi accettabile da tutti.

La storia insegna che gli errori in questo campo possono essere forieri di conseguenze incontrollabili.

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