Sondrio, 15 ottobre 2020   |  

Conseguenze della dissoluzione dell'Impero Asburgico

Le vicissitudini dell'impero austriaco all'indomani della morte di Re Francesco Giuseppe

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"Conseguenze della risoluzione dell'impero Asburgico" è il tema trattato nel terzo incontro  tenutosi mercoledì 14 Ottobre, presso la sede milanese  dell'associazione nazionale Venezia Giulia Dalmazia e in diretta via facebook alla pagina Angvd “https://www.facebook.com/groups/2559430654128300".  Riportiamo qui  di seguito il resoconto dell'incontro tenuto dalla relatrice signora Annamaria Crasti. 

di Annamaria Crasti 

Finis Austriae

Alla morte del vecchio imperatore Francesco Giuseppe nel novembre 1916, in pieno conflitto, per lìAustria la situazione militare era già compromessa: il successore Carlo si vide costretto ad abbandonare la rigida politica seguita dal suo predecessore, sconfessando l'operato dei generali, ed in particolare del Capo di Stato Maggiore, che aveva voluto ad ogni costo la guerra contro i Serbi e contro gli Italiani traditori. Al solo scopo di preservare la monarchia asburgica, cercò di intavolare trattative di pace, agendo anche subdolamente, e proponendo alle potenze dell'Intesa la costituzione di una monarchia federativa, dove le popolazioni slave avrebbero avuto un ruolo paritario assieme a tedeschi e ungheresi. Tali proposte incontrarono la decisa opposizione di chi voleva, per ragioni di sicurezza, che l'impero asburgico venisse smembrato: del resto i nazionalisti di matrice slava, fossero essi gli slavi del sud, o i cechi, desideravano l'indipendenza dagli Asburgo, nell'ideale francese di Stato-Nazione. Anche altre popolazioni, come gli slovacchi, gli abitanti della Transilvania, quelli della Slesia, i polacchi e le diverse nazionalità della Galizia erano del medesimo avviso. Carlo I d'Asburgo ebbe un ruolo fondamentale nella conclusione del conflitto mondiale, ecco di seguito alcuni suoi tratti caratteristici. Il 21 Novembre 1916, quale erede al trono, viene incoronato, divenendo Re Carlo Primo, in piena guerra mondiale. Succede ad un uomo che per gli austriaci era una leggenda. Francesco Giuseppe lo aveva messo a parte di alcuni affari di governo, senza, però, coinvolgerlo in settori vitali ed essenziali. Nell'ottobre 1914, quale comandante di un reggimento, è a combattere sul fronte orientale a fianco dei Ruteni e dei Polacchi. Poco prima della morte dell'Imperatore comanda il “ Corpo dei Cacciatori Imperiali Edelweiss”, combatte in Galizia ed è al comando dell'armata che ferma l'offensiva delle truppe russe. Dai Prussiani è considerato un bigotto con capacità militari. E' stato sempre molto ammirato dai suoi soldati con i quali divideva il rancio e le bombe, mettendosi in salvo per ultimo. Con i suoi uomini era umano, era sprezzante del pericolo e, in battaglia, non cercava agi o scappatoie. Per i suoi era “ un luminoso esempio nelle virtù militari ed esemplare per la cura che aveva per i suoi uomini”. Una serie di eventi tragici favorisce la sua ascesa al trono: la fucilazione dell'Arciduca Massimiliano in Messico; il suicidio di Rodolfo a Mayerling; la morte del fratello terzogenito dell'Imperatore Carlo Ludovico che in un pellegrinaggio aveva bevuto l'acqua inquinata del fiume Giordano; la morte prematura di suo padre; il matrimonio morganatico dell'Arciduca Francesco Ferdinando con una contessa boema che non aveva l'albero genealogico adatto per poter diventare madre di un imperatore; l'assassinio di Sarajevo. Carlo è il quinto tra gli eredi di Francesco Giuseppe ed una serie di eventi a lui favorevoli lo rendono imperatore. Carlo è determinato a uscire dalla guerra. Allontana quei politici che oggi chiamiamo “falchi” quali Burian. Assume il Comando Supremo delle Forze Armate dell'Impero. Diffida dei tedeschi; ritiene di doversene affrancare, in un prossimo futuro. Vorrebbe staccarsi dalla Germania per schierarsi con Francia e Gran Bretagna. Intavola trattative segrete con Francia e Belgio. E' convinto che l'Alsazia e la Lorena debbano appartenere ai francesi. Ammette che “ il nostro solo scopo è di mantenere la monarchia nella sua attuale grandezza “. Ma le trattative di pace sono rese vane dalla Germania. E, allora, Carlo sostiene che “ non può sacrificare la monarchia alla follìa dei vicini “. Farà la pace separatamente. Per salvare la sua casata tenterà ogni modo, segreto, più o meno corretto, anche dopo la fine del conflitto, con accanimento. Talvolta rimangiandosi la parola data, cambiando opinione e, così, perdendo credibilità e perdendo, a fine guerra, il suo alleato più fedele che lo sostiene anche economicamente: il Re d'Inghilterra. 

In una lettera scritta in francese e diretta al Presidente Poincaré promette la restituzione alla Francia dell'Alsazia e della Lorena, territori che appartengono alla Germania. Non è ancora a conoscenza delle promesse fatte all'Italia con il Patto di Londra: non pensa neppure alla lontana a concessioni territoriali all'Italia, nemico tradizionale dell'Austria. A causa della situazione venutasi a creare in Russia per la rivoluzione bolscevica, ha lo stesso atteggiamento anche per Costantinopoli pretesa dai russi. Sarà questa lettera a Poincaré, resa pubblica il 12 aprile 1918 da Clemenceau, che renderà impossibile ogni trattativa di pace “ invece di portare alla pace, era destinata a provocare uno scandalo “. Ma molti politici penseranno che in tal modo “ si abbandonava l'Austria nelle mani della Germania.  

Gli Stati Uniti il 5 Aprile 1917 dichiarano guerra alla Germania. L'Imperatore Guglielmo II, succube dei generali Hinderburg e Ludendorff, non respinge il “ Piano 0” che prevede l'arresto o, addirittura, l'uccisione dei reali austriaci, che considera dei traditori. Il 19 Aprile 1917 avviene l'incontro segreto tra Sonnino, Lloyd George e Ribot. Il ministro italiano respinge l'ipotesi di pace separata ed è sostenuto dai francesi. E' da sottolineare che Lloyd George sarebbe stato favorevole alla pace separata. Dopo sette mesi dalla dichiarazione di guerra alla Germania, Wilson dichiara guerra anche all'Austria Ungheria. Prima di questa data riteneva che “ non esistessero condizioni obieve che la rendessero necessaria”. Di fronte a eserciti ormai stremati, con lo spettro incipiente della fame, gli stati Uniti con il loro intervento “dettano legge”, disconoscendo tutti i patti precedentemente sottoscritti.

Come entrano in guerra, gli Stati Uniti formano un comitato “ INQUIRY” per definire la riorganizzazione dell'Europa a guerra finita; non ritengono di dover smembrare l'Impero asburgico, ma di trasformarlo in federazione tra Ungheria Austria Jugoslavia Transilvania Boemia e Polonia. Con quali di questi sarebbero finite le popolazioni italiane dell'Impero ? Certamente con gli austro tedeschi gli sloveni e le altre minoranze. I sudditi italiiani dell'Austria erano, oramai, solo il 9°/° della popolazione.

Nell'articolo 9 dei “Quattordici punti” si prevede che” una rettifica delle frontiere italiane dovrà essere fatta secondo le linee di demarzazione chiaramente riconoscibili tra le due nazionalità “, mentre nell'articolo 10 suggeriva che “ ai popoli dell'Austria Ungheria, alla quale noi desideriamo di assicurare un posto tra le nazioni, deve essere accordata la più ampia possibiità per il loro sviluppo autonomo.”

La Gran Bretagna appoggia l'idea di federazione tra gli stati sotto la monarchia asburgica. I contrari all'Austria ne vogliono lo smembramento, appoggiati da Steed in Gran Bretagna e da Barrère, ambasciatore francese in Italia che ricordava “ l'inquietudine di Sonnino di fronte all'ossessione di Lloyd George circa una pace separata.

Ma un mese prima che fossero resi pubblici i “Quattordici punti” wilsoniani, a Roma si era tenuto il “festival degli austrofobi italiani “ con la partecipazione di senatori quali Albertini, di deputati -Agnelli-, di giornalisti Amendola e Mussolini, di Salvemini, di importanti rappresentanti cecoslovacchi polacchi e romeni. Tutti chiedevano lo smembramento dell'Impero e, secondo lo storico francese Ernest Denis “ il festival rappresentò un colpo mortale per lAustria Ungheria perchè fu esercitata una fortissima pressione sui vari governi perchè le loro risoluzioni fossero iscritte tra gli scopi di guerra ufficiali degli alleati “. Questo pensiero corrispondeva a quello del Congresso massonico internazionale dell'anno precedente.

L'atteggiamento della Chiesa, di Papa Benedetto XV è favorevole ad una pace che offra all'Italia condizioni che eliminino ogni attrito tra Austria e Italia; ma ci si rende conto che chi è l'arbitro della guerra non sono i governi europei ma il presidente americano Wilson.

Con il passare dei mesi tutto precipita.

Il 31 maggio 1918 Carlo convoca il Reichsrat, promette la pace e suscita fortissimi malumori tra i deputati sloveni croati e serbi che chiedono di riunirsi in uno stato indipendente, sotto la dinastia degli Asburgo Lorena.. I Cechi non partecipano alla riunione e chiedono “ un'Europa democratica composta da stati liberi e autonomi: l'Europa dell'avvenire”. 

I Maestri delle “Nuove Province” ed il dibattito culturale nazionale

A Trieste, in una confusione indescrivibile, si raccolgono da tutti i fronti, a migliaia, i reduci del conflitto da poco terminato: sono in procinto di imbarcarsi sulle tradotte militari che li riporteranno in patria, sfruttando la linea ferroviaria Trieste - Vienna ancora in funzione. Negli stessi giorni il Ministero dell'Istruzione a Roma pianifica l'organizzazione di corsi per i “nuovi maestri”, per aggiornare la classe docente esistente nei territori liberati sui programmi per loro predisposti: lo scopo era di creare in loro l'impronta della nazione italiana, con l'intento di trasferirne la cultura e storia millenaria. Di seguito le affermazioni del Prof. Giorgio Chiosso (1983) sul problema educativo -siamo all'indomani della disfatta di Caporetto-: «Come i Comandi […] avvertirono l’importanza del valore educativo per rialzare il morale della truppa, così la borghesia italiana [dovette] capire che il problema centrale dell’educazione nel Paese non [era] soltanto costituito dalla lotta contro l’analfabetismo, ma dall’urgenza di fare educazione di popolo»   

ed il saggista Andrea Dessardo annota: L’antico obiettivo del «fare gli italiani», ancor oggi, a quanto pare, all’ordine del giorno nella nostra agenda politica, si presentava all’indomani della Grande guerra come il banco di prova per saggiare finalmente la fibra della nazione, alla sua prima vera vittoria in cinquant’anni, dopo un bagno di sangue rigeneratore, e prosegue: «La guerra doveva ovviamente suggellare l’avvenuta unità dell’intera nazione, ma ai nuovi confini a tale questione s’aggiungeva quella, non marginale, dell’integrazione dei sudditi ex austriaci, sia quelli di lingua, cultura e sentimenti italiani, sia di quelli d’altra lingua; in totale circa un milione e mezzo di persone». 

Benchè legati da secoli alla tradizione e cultura italiane, mutuata attraverso l'appartenenza e la storia alla Repubblica di San Marco, i nuovi maestri avevano anche assorbito la didattica asburgica.

Da qui la necessità di “convertirli” alla didattica italiana... Vorrei citare due episodi curiosi, aventi per protagonisti due maestri, uno del Litorale e l'altro del Trentino, che il giorno successivo allo scoppio della guerra si recarono in due scuole elementari italiane per verificare i programmi....

Marco Zogovich, maestro a Fiumicello, e Maurizio Bertolini, suo collega a Bondone nelle Giudicarie, possono ritenersi due casi isolati nella complicata storia dell’integrazione delle scuole ex asburgiche nel sistema italiano.

Sul secondo spende due parole bonarie della sua corposa relazione Giovanni Ferretti, raccontando di come, il 25 maggio 1915, egli si fosse recato a piedi al di là della frontiera violata il giorno prima e, seguendo la strada nella direzione opposta a quella delle truppe italiane, avesse raggiunto il primo paese del Regno dov’era una scuola e, salutato il suo collega, si fosse fatto spiegare da lui i programmi in vigore nella scuola italiana per presentarli al più presto ai suoi ragazzi. Le autorità, fiere di cotanto zelo patriottico, avallarono tanto la sua decisione quanto quella di Zogovich, che fece altrettanto sul fronte orientale.......... Il desiderio dei due maestri non era facilmente realizzabile, l'integrazione dei programmi austriaci con quelli italiani non era cosa semplice e immediata...

Si decise quindi di organizzare dei corsi, a guerra finita

Guido Della Valle, filosofo e pedagogista, nella “Rivista Pedagogica”, nel 1920, presentava in una memoria i corsi estivi d’istruzione tenuti nell'estate 1919 per i maestri delle nuove provincie. Nell'estate 1919 furono organizzati dei corsi di aggiornamento per i nuovi maestri, a Riva e a Cles per il Trentino Alto-Adige, a Trieste, Abbazia e Grado per il Litorale.

Furono chiamati a insegnare personaggi insigni della cultura, a Trieste partecipò il filosofo Giovanni Gentile. Ministro dell'Educazione, ad Abbazia il corso fu organizzato da Giuseppe Lombardo Radice (che aveva sposato una pedagogista fiumana). Le parole di Giovanni Gentile (tratte da “La riforma dell’educazione. Discorsi ai maestri di Trieste” 1921), nella sua prolusione:

Noi dunque, o Triestini, non siamo venuti tra voi con la boria e lo zelo ridicoli del pedante armato di nuovi programmi e di nuovi testi scolastici. Siamo venuti piuttosto a compiere, modestamente ma volenterosamente, un atto di fede. […] Noi siamo venuti appunto a rinsaldare i vincoli spirituali da cui già vi sapevamo congiunti alla scuola italiana; a recare qui direttamente quel soffio di vita spirituale, di cui già vi mostravate, per quanto vi era possibile, bramosi, e che vi faceva chiamare in mezzo a voi quanti più potevate dei rappresentanti la scienza e la cultura viva d’Italia.  

Il fervore culturale, che animava quei momenti e che seguiva la dottrina idealistica di Gentile, parve poter iniziare un rinnovamento nella scuola italiana, come sosteneva la rivista “Educazione Nazionale”

Così scrive Andrea Dessardo... La nuova proposta si evidenziava anche nel dibattito originato dalle proposte di ristrutturazione del sistema scolastico nelle due nuove province italiane perché era anche, e non in maniera secondaria, ( era anche ) attraverso la scuola che doveva essere trasmessa l’originalità del nuovo spirito, consistente in qualcosa di più del semplice sapersi esprimere correttamente in italiano, della scuola tedesca “tradotta” nella propria lingua: «La scuola austriaca, intesa ed organizzata soprattutto come strumento politico, sospettoso ed angusto [...] non è la nostra scuola; la quale noi vogliamo sia, invece, organo libero ed arioso di formazione spirituale», per dirla ancora con Guido Della Valle

Le scuole erano invece, ricorrendo all’icastica formula di Claus Gatterer, le «trincee della nazione», linee di difesa e di eventuale contrattacco da cui riprendere, con altri mezzi, una guerra che non poteva dirsi conclusa una volta per sempre.

Gli intellettuali, pur da fronti diversi, convergevano sulla necessità della natura essenzialmente nazionale dell’educazione, compito che si presentava come la continuazione del programma post-risorgimentale secondo cui l’Italia era fatta e bisognava «fare gli italiani», a partire dai giovani, dai reduci dalla guerra («un’immensa “fucina di uomini”, il banco di prova delle aristocrazie della “nuova Italia”») e da coloro che, nella scuola, dovevano ancora completare la loro formazione.

Si offriva dunque l’occasione per una «vera e propria riforma morale degli Italiani» orientata alla costruzione di un’educazione caratterizzata in senso nazionale, nonostante la maggior parte degli intellettuali, di estrazione perlopiù positivista e kantiana, rifiutasse «le tentazioni del nazionalismo politico, le sue ambiguità ed il suo velleitarismo».   Il rinnovamento non ci fu, fu un fuoco di paglia che si esaurì nel breve volgere di alcuni anni (Giani Stuparich).  

Il regno SHS (Regno dei Serbi, Croati e Sloveni)

Per noi italiani ed in particolare per tutti i giuliani e i dalmati, la circostanza più gravida di conseguenze fu lo stabilirsi del regno SHS. I fatti salienti sono i seguenti: Il 20 Luglio 1917, con la Dichiarazione di Corfù, firmata da Trumbić in qualità di presidente del neocostituito Comitato jugoslavo e da Pašić, capo del governo serbo, si pongono le basi dell'’unione della “nazione dai tre nomi".

L'8 Ottobre 1918, l’unità di intenti degli slavi del sud asburgici porta alla costituzione del Consiglio nazionale di Zagabria che rappresenta il massimo organo istituzionale. Il 29 Ottobre viene proclamato lo Stato degli Sloveni, Croati e Serbi (Država Slovenaca, Hrvata i Srba, SHS) (un giorno dopo l'indipendenza cecoslovacca).

Viene istituito un Governo Provvisorio 

Due settimane dopo (23 Novembre) il governo provinciale della Dalmazia presenta al Consiglio nazionale SHS una proposta di immediata unificazione alla nazione serbo-croata-slovena per tutelarsi dalle aspirazioni dell'Italia nell'Adriatico Orientale

Prima della costituzione del Regno SHS il Montenegro proclama l'unione alla Serbia

Si offre la reggenza del Regno al principe Aleksandar Karađorđević affidandogli pieni poteri per gli affari comuni (politica estera, difesa nazionale, marina), sino alla convocazione dell’Assemblea costituente che sarebbe stata eletta entro sei mesi dalla fine della guerra.  

Il 1° dicembre 1918 Aleksandar proclama formalmente l’unione dei serbi, croati e sloveni. Nel 1929 il regno SHS diventa Regno di Jugoslavia. Questi avvenimenti hanno bisogno di essere interpretati anche alla luce degli studi più recenti, condotti da storici di diversa matrice linguistica. Di seguito mi riferisco al saggio di Alberto Becherelli dal titolo: “Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni nell’Europa di Versailles (1918–1921)” .Il 1° Dicembre 1918 il principe reggente serbo Aleksandar Karađorđević proclama a Belgrado, dinanzi la delegazione del Consiglio nazionale di Zagabria giunta a chiedere ufficialmente l’unione dei territori slavo-meridionali ex asburgici alla Serbia e al Montenegro, la nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.

Si trattava di un insieme di territori e popolazioni aventi un solo elemento in comune, l'attività agricola praticata dai quattro quinti della popolazione: mancava quasi totalmente l'attività industiale, che veniva esercitata solo in alcune zone del territorio sloveno.

La parte croata, con eccezione della Dalmazia che assieme al Litorale ed alla Bosnia cadeva sotto la corona austriaca, era stata amministrata nell'impero asburgico dagli ungheresi, amministrata secondo il loro interesse prevalente, ossia sfruttando al massimo la popolazione con una dominazione spietata che assorbiva tutte le risorse della regione.

Sussistevano inoltre differenze culturali, linguistiche, di alfabeto e religiose, in aggiunta le aspettative politiche erano diverse, rendendo difficile l'integrazione: la Serbia voleva primeggiare e ricoprire il ruolo preminente nel neonato stato, nel disegno politico della “Grande Serbia”.

Per celare i contrasti e disuguaglianze interne, il governo serbo adotta la politica dell'intransigenza nella definizione dei nuovi confini.....

Annota Becherelli: «Nel 1919 il governo di Belgrado per attenuare i dissidi nazionali interni alla nuova compagine statale, già evidenti, è costretto a orientare la propria politica estera verso principi di intransigenza assoluta. Su un’unica questione le nazionalità jugoslave sembrano infatti concordi: il programma massimo delle proprie rivendicazioni territoriali, nella convinzione che solamente l’unione di intenti possa salvare gli slavi del sud dalle minacce degli Stati limitrofi».

Da ciò anche le rivendicazioni territoriali nei confronti di molte nazioni, vincitri o no (in primo luogo l'Italia, poi Ungheria, Austria, Romania, Bulgaria, Albania). Nasce, dal comtenzioso italo-jugoslavo, la questione adriatica, ed azioni di rivalsa ed ostili sono rivolte da estremisti croati e sloveni nei confronti dell'amministrazione italiana, che occupa i territori che le erano stati promessi in attesa della definizione, che avverrà col Trattato di Rapallo nel 1920 e quello di Roma nel 1924. Da notare che molti esponenti del pensiero mazziniano in Italia si erano schierati precedentemente a favore dell'indipendenza jugoslava e della costituzione di uno stato sovrano. Esaminiamo ora il punto di vista delle nazioni che hanno costituito l'Intesa

Nella prospettiva delle potenze vincitrici, la Jugoslavia ricopre un ruolo essenziale per il nuovo equilibrio europeo, ragione per cui le sue ragioni sono ascoltate con la massima attenzione specialmente dalla Francia e dagli Stati Uniti. La Francia propugna il concetto di Stato-Nazione, gli Stati Uniti il programma Wilson con i suoi quattordici punti.

Annota il Becherelli: «La questione adriatica tra l’altro non riguarda solamente le relazioni italo-jugoslave ma coinvolge più in generale gli interessi economici e la stabilità politica dell’intera Europa centrale, costretta a trovare vie commerciali attraverso gli sbocchi adriatici» 

S'affacciano considerazioni geopolitiche.

Infatti...... Nella Russia si è imposto il bolscevismo, che crea un distacco di quello che era l'impero degli Zar dall'Europa. Di fronte a questa incognita, le vie commerciali verso l'Oriente passano attraverso l'Adriatico, che deve essere stabilizzato. Le trattative di pace di Parigi, che si susseguono per un paio di anni, mirano a questo scopo. Nel nuovo equilibrio internazionale che succcede alla pace di Parigi scompaiono gli imperi multinazionali asburgico, zarista e ottomano: alla ribalta nuovi stati quali Stati Uniti, Inghilterra, Francia e, in secondo piano, Italia.  

(Per quanto riguarda la sopravvivenza di uno stato asburgico, anche federale, ricordiamo la netta opposizione di Francia e Italia, nonché dei nuovi stati centrali nascenti, come espresso a Roma nel congresso degli austrofobi) . La Francia appoggia il sorgere di nuovi stati facendo prevalere il suo concetto di stato-nazione.

La Francia in particolare si impegnerà a garantire il nuovo ordine con il sostegno alle rivendicazioni jugoslave contro Italia e Bulgaria e sostenendo la Piccola Intesa costituita da Regno SHS, Cecoslovacchia e Romania (in funzione anti-ungherese) grazie all’operato del ministro degli Esteri cecoslovacco Edvard BenešMa siamo entrati già in un'altra fase della politica europea, la cui discussione non rientra fra gli scopi di questa conferenza. Alla fine, Becherelli si chiede quali circostanze hanno determinato o facilitato la costituzione di uno stato jugoslavo.

Rimando al testo scritto della conferenza per ragguagli più precisi, vorrei solo citare alcuni fatti: l'espansionismo territoriale serbo, divenuto più minaccioso dal 1903 con il passaggio della dinastia degli Obrenović a quella dei Karađorđević; la progressiva affermazione ideologica dello “jugoslavismo” grazie al vescovo Josip Juraj Strossmayer e del canonico Franjo Rački, che nel 1867 fondano a Zagabria l’Accademia jugoslava delle Scienze e delle Arti; convergenza di intenti tra il governo serbo e il Comitato jugoslavo creato all’estero dagli esuli slavi del sud asburgici all'inizio della prima guerra mondiale; il sostegno fornito – prima e dopo la proclamazione del Regno SHS – dalle Potenze vincitrici che vedranno nell’unione jugoslava una soluzione speculare ai propri interessi geopolitici.

Conclusioni

Abbiamo esaminato la figura dell'ultimo imperatore degli Asburgo, con le sue debolezze, in tempi difficili, che hanno determinato, anche se solo parzialmente, la dissoluzione della monarchia asburgica. Sono nati degli stati che prima non esistevano, la Cecoslovacchia, la Polonia, il regno SHS. L'Ungheria ha perso la gran parte dei suoi territori, venendo largamente ridimensionata. L'Italia nelle trattative di pace si è comportata ingenuamente, probabilmente i suoi ministri non erano preparati, ma indubbiamente una situazione internazionale a lei non favorevole ha condizionato il successo nelle trattative.

 

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