Sondrio , 16 luglio 2017   |  

Alluvione 1987, ricordi di una tragedia

di Donatella Salambat

Le testimonianze di alcuni testimoni oculari di quei momenti che nessuno avrebbe voluto vivere. Commemorare le vittime dovere morale nei confronti dei loro congiunti.

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Comune di Colorina

«Masse di terra, le piante assumono un colore marrone a causa della polvere che si alza, un raggio di luce illumina la chiesetta di San Bartolomeo, ed il paese di San Antonio Morignone non c'è più. Un immagine apocalittica appare davanti ai miei occhi». Sono le parole di Luigi Bossi, ex dipendente A2A, oggi presidente dell'Associazione Volontari della protezione civile A2A, che ha sedi a Milano, Lovero, Brescia e Bergamo.

Una delle tante testimonianze, raccolte dalla redazione di Valtellinanews, per ricordare a distanza di trent'anni i tristi giorni dell'alluvione che colpirono la Valtellina il 17 Luglio 1987. Frane, esondazioni provocarono numerosi morti, migliaia di sfollati, la distruzione di interi centri abitati, strade e ponti. Un Luglio drammatico, quello del 1987 per i valtellinesi. Le esondazioni non furono la parte peggiore, perché a ciò seguì la frana della Val Pola che si staccò dal monte Zandilla il 28 Luglio.

«Dal 18 Luglio al primo giorno di Ottobre 1987, rimango impegnato in Valtellina», ricorda il signor Luigi. «Arrivo a Grosio con un elicottero da Milano, tutta la valle è allagata. La cosa più importante, ci si rende subito conto, è di dedicarsi all'opera di presa. A seguito delle piogge e dello zero termico ad alta quota la ghiaia era stata trasportata dall'acqua a valle intasando le opere di presa. Così si cerca di evitare che altra acqua arrivi in fondo valle deviandola nelle dighe di Cancano e San Giacomo. Dal 19 Luglio, tutte le attività di A2A, allora conosciuta come AEM, hannp lo scopo di evitare che altra acqua giunga a valle».

Luigi ricorda che la bassa e alta Valtellina erano spezzate in due. La statale 36 era allagata, il tratto Colico - Fuentes inagibile, impossibile accedere. I collegamenti erano possibili soltanto tramite elicottero. L'unica via di accesso per giungere nell'alta valle era da Tirano poi la Val Poschiavo si giungeva a Livigno per scendere a Foscagno fino a Bormio.

«Soltatno le centrali di Premadio e Grosio erano funzionanti», aggiunge Luigi. «Era necessario lavorare parecchio; le opere di presa non erano in grado di addurre acqua. Era prioritario, che altra acqua non raggiungesse l'Adda, la preoccupazione di chi lavorava in quel frangente era di attivare le opere di presa e non di recuperar acque per le dighe dell'Aem, come qualcuno all'epoca ebbe il coraggio di insinuare». Oggi, a distanza di trent'anni da quei tragici giorni, oltre a commemorare le vittime, si può rivisitare l'evento con pacatezza.

Metà luglio 1987, una grande massa di aria fredda scende verso l’arco alpino, sul quale si trova una massa di aria molto calda ed umida. La pressione si abbassa bruscamente, ma le temperature rimangono elevate. Dopo un periodo di forti piogge, che interessano il fondovalle come i ghiacciai più alti, il 18 Luglio nel tardo pomeriggio nel paese di Tartano un’enorme massa di acqua e fango si abbatte sul condominio “La Quiete” tranciandolo a metà. La frana interessa anche la strada sottostante e l’albergo Gran Baita, dove 11 turisti muoiono. Lo stesso giorno, il fiume Adda rompe l’argine settentrionale vicino a San Pietro di Berbenno, allagando anche Ardenno, Fusine, Selvetta e Cedrasco, provocando l’interruzione dei collegamenti stradali e ferroviari con la parte orientale della Provincia di Sondrio; molte persone vengono sfollate dalle loro case.

Don Giancarlo Mapelli, parroco di Colorina, ricorda i primi sfollati che ospita all'Opera di Don Giovanni Folci: «Erano spaventati, preoccupati, chi di ritrovare i propri congiunti, chi per le case abbandonate. Nessuno si perse d'animo, però, anzi tutti cercarono di aiutare chi gli stava accanto, mostrando grande solidarietà”

Don Giancarlo, in quei giorni si attiva per ospitare più persone possibili; crea 100 posti branda e ricorda anche l'arrivo dell'Esercito, che in quei giorni si appoggia all'Opera di Don Folci per allestire una mensa. A Sondrio, il torrente Mallero sembra dover straripare, così come il torrente Bitto a Morbegno, mentre il fiume Adda straripa allagando tutto il fondo valle come la zona industriale tra i comuni di Talamona e Morbegno.

Doriano Codega, oggi sindaco di Colorina, all'epoca aveva quattordici anni. «Avevo deciso di trascorrere il fine settimana con gli amici in un rifugio in alta montagna ai Piani di Valbruna nel Comune di Fusine», dice. «Quel giorno non smetteva mai di piovere, la baita era in una piana. Trascorremmo lì la notte e al mattino dopo, trovandoci con l'acqua in baita decidemmo di tornare a valle e lungo tutto il percorso sulle nostre teste vedo gli elicotteri volare senza sosta. Soltanto quando raggiungiamo la bassa valle ci siamo resi conto di cosa stava succedendo. I torrenti e i fiumi si gonfiarono fino ad esondare, trascinando via strade, ponti ed abitazioni, gran parte delle infrastrutture rase al suolo, i collegamenti ferroviari interrotti e in molti punti il soccorso era possibile solo attraverso l'elicottero». Codega ricorda che sua nonna settantenne dovette abbandonare l' abitazione che si trovava nella piana di Colorina con un elicottero.

Bernardo Pizzini, attuale vice sindaco di Colorina, ricorda come nel 1987, la sua azienda, Bit Costruzioni, avesse una commessa con il Comune di Torri di Valmalenco. «Quel sabato mattina, il caldo non dava tregua, l'aria era irrespirabile», spiega. «Il cielo si fa all'improvviso scuro e quasi subito comincia a piovere. Decido di mettere al riparo il compressore e gli attrezzi che avevo lasciato incustoditi, preoccupato che l'acqua potesse danneggiarli. Giungo sul posto e gli abitanti mi avvisano di aver provveduto a spostarli. Il Mallero in quelle ore continua ad ingrossarsi; scendo a Colorina, ma sono già tutti allertati. Il fiume Presio, desta preoccupazione. Continua a piovere insistentemente, vengo chiamato dal sindcao di Colorina, Battistino Varischetti; mi chiede di recarmi sul posto con un escavatore. Nel pomeriggio si cerca di mettere in sicurezza il ponte Madrasco che collega Colorina e Fusine, ma alle 18.30 le acque del fiume spazzano via il ponte. Sembrava la fine del mondo».

Il ricordo di quei giorni tende a sbiadire con il tempo, ma alcuni flash restano indelebili. Così Pizzini rammenta di aver costruito nel suo box le docce per i militari che, sostiene, «furono sempre disponibili e celeri nel dare una mano».

Alberto Libera, il 17 Luglio scende dall'alpeggio di Alpecorno nel Comune di Postalesio per trasportare ricotta in valle e constata che «il torrente Presio, alle ore 12.00, è già straripato e tra le giornate di sabato e domenica esonda anche il torrente di Fusine, il Madrasco, che allaga anche Morbegno. Tutta la zona rimane isolata per un paio di giorni. Il fiume esondando allaga abitazioni e aziende. Tutto il paese lavora a stretto contatto cercando di arginare le acque e salvare la chiesetta e il cimitero».

In quei giorni viene evacuato l’abitato di Torre di Santa Maria, lì il torrente Torreggio travolge numerose abitazioni e all’imbocco dell’alta Valtellina i paesi di Chiuro e Sondalo. Anche i collegamenti con la Svizzera sono interrotti. Il fatto che però mette letteralmente in ginocchio la Valtellina accade alle 7,23 del 28 Luglio quando una frana si stacca dal monte Zandila, conosciuta come frana del Pizzo Coppetto, una montagna di 3066 metri d’altezza. Quaranta milioni di metri cubi di materiale precipitano a valle travolgendo e distruggendo completamente gli abitati di Sant’Antonio Morignone e Aquilone, frazioni di Valdisotto.

Fortunatamente i paesi erano stati evacuati precedentemente e ciò salva la maggior parte della popolazione, ma viene travolta dalla frana una squadra di 7 operai che era giunta in paese per svolgere i lavori di ripristino della strada statale 38. Luigi Bossi, il 25 Luglio, si reca ad Aquilone insieme al professor Pozzi, presbitero geologo e funzionario di Regione Lombardia e al signor Peretti di Aineva (Associazione Nazionale Neve e Valanghe). Camminano lungo la cresta perché la frana s'è già verificata. Tutta la Valtellina è in ansia per l'enorme movimento franoso che ha creato uno sbarramento che blocca il fiume Adda formando un lago naturale incombente sulla valle sottostante.

Tutti temono il ripetersi di un nuovo Vajont. Ringraziando Dio il timore resta infondato.

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