Milano, 15 giugno 2016   |  

La provvidenza rossa

Uno spaccato di quello che era il Partito Comunista milanese, ma non solo e del suo modo di funzionare negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso

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Capita talvolta che per conoscere dall’interno i grandi eventi della storia siano più utili le narrazioni letterarie che ponderose raccolte di documenti. La cosa vale certamente per i romanzi di Tolstoj sull’epopea napoleonica, per quelli di Solzenicyn sul sistema sovietico o del nostro Eugenio Corti sulla seconda guerra mondiale. Per una storia più piccola, certo, ma anche più vicina a noi nel tempo e nello spazio, ho trovato affascinante il volume di Lodovico Festa, la Provvidenza Rossa.

Si tratta di una racconto giallo, ambientato a Milano, la cui trama è piuttosto semplice: una giovane fioraia, militante del PCI, viene ammazzata nel suo chiosco a colpi di mitra. Siamo a metà degli anni ’70 del secolo scorso, il Pci è in rotta di avvicinamento al governo con la Democrazia Cristiana (sono gli anni del cosiddetto compromesso storico) e si teme che il grave fatto di sangue possa rovinare l’immagine e il percorso politico del partito, dal momento che la vittima è una appassionata militante e si possono immaginare moventi politici nell’omicidio.

Così – e qui inizia il grande interesse per me del volume – la dirigenza del PCI intende risolvere il caso prima delle autorità preposte affidando a un proprio quadro autorevole, il protagonista Cavenaghi, il compito di svolgere un’inchiesta parallela a quella della questura milanese.

Nei diversi giorni in cui si svolge la vicenda possiamo quindi incontrare uno spaccato del Partito Comunista di allora, milanese ma non solo, e del suo modo di funzionare. Il protagonista inizia una serie di incontri con le persone vicine alla vittima, con i militanti della sezione di Corso Sempione cui apparteneva, con persone e ambienti che man mano si vanno incrociando nel corso dell’inchiesta fino all’esito finale che, come nei migliori gialli, risulta sorprendente.

Mentre il racconto si dipana, si può cogliere il profondo radicamento del PCI nella società milanese: dagli ambienti più borghesi alla polizia, dai giornalisti agli uomini di teatro, ai piccoli commercianti come i fiorai alla cui categoria apparteneva la giovane uccisa, fino al mondo dei locali notturni e di quelle che oggi si chiamano escort. In tutti questi mondi ci sono militanti del PCI pronti ad accorre ad un richiamo del funzionario autorevole e a mettersi totalmente a disposizione. Non mancano nello scenario le squadre operative fatte venire dall’Emilia rossa, né gli interventi autorevolmente chiesti e ottenuti dai compagni dell’Unione Sovietica.

Chi ha vissuto quegli anni da militante nel PCI ma anche in altri partiti, non fatica a riconoscere dietro i nomi del romanzo figure reali e protagonisti di primo piano del PCI milanese.

Si è detto e scritto della presunta superiorità morale dei comunisti (soprattutto dai loro cantori, ovviamente). Da questo racconto, tuttavia, si coglie non tanto una superiorità morale, quanto una diversa morale o, ancor più correttamente, se posso usare questo termine, una diversa ontologia, una diversa e organica visione del mondo.

Chi si stupisce del consenso che il PCI riuscì ad avere nel nostro paese quando si votava con il sistema proporzionale ( fino al 35% degli italiani quando si votava in massa) anche da questa narrazione può coglierne i motivi. Un radicamento diffuso nelle realtà cittadine, militanti appassionati e ligi alla gerarchia interna, il bene del partito come valore supremo, il tutto in vista di un “sol dell’avvenir” che avrebbe migliorato le condizioni del popolo. E da raggiungere non più con la rivoluzione proletaria ma attraverso il consenso popolare e le procedure democratiche.

L’autore scrive di cose che ben conosce essendo stato un quadro del PCI milanese fino al crollo del 1989,e lo si può immaginare nella veste del protagonista che troviamo, dopo la soluzione del caso, in un contesto alquanto differente e forse un po’ malinconico.

Tra le molte citazioni che possono servire a dare il tono del libro, ne scelgo una dedicata alla borghesia milanese che in quegli anni si affanna per tutto ciò che appare nuovo.

“Più si riempivano le bocche più si svuotavano i cervelli. Tanti dei migliori architetti milanesi che avevano alimentato la scuola più importante d’Italia (…) vedevano isterilirsi l’attitudine critica e quindi la capacità di intervenire sulla città con rispetto della storia e dello stile; tanti giuristi di vaglia già capaci di immaginare l’evoluzione del diritto di una società moderna, diventavano forcaioli della peggior specie; tanti grandi giornalisti che avevano magistralmente raccontato lo sviluppo della complessa società della capitale economica d’Italia, finivano per essere nient’altro che ebbri moralisti senza più senso del reale.

L’antico pragmatismo, peraltro, dopo che si era consumata la celebrazione di orge purificatrici, finiva per rispuntare in atteggiamenti di arrogante opportunismo.”

 

Lodovico Festa, La Provvidenza Rossa, Sellerio Editore, pag. 527, € 15

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