Sondrio, 05 maggio 2022   |  

4 maggio 1980: muore Tito, padre e padrone della Jugoslavia

Josip Broz “Tito” era stato l’unico collante della variegata repubblica federativa, che, dietro la patina della propaganda di regime, del culto della personalità dello statista croato e del mito della fratellanza dei popoli slavi del sud temprata dalla lotta resistenziale, in realtà manteneva profonde linee di frattura secondo le appartenenze nazionali.

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crediti fotografici Anvgd

Lorenzo Salimbeni -  Responsabile comunicazione Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Il 4 maggio 1980 moriva il padre e padrone della Jugoslavia comunista, la quale gli sarebbe sopravvissuta una decina d’anni appena.

Josip Broz “Tito” era stato l’unico collante della variegata repubblica federativa, che, dietro la patina della propaganda di regime, del culto della personalità dello statista croato e del mito della fratellanza dei popoli slavi del sud temprata dalla lotta resistenziale, in realtà manteneva profonde linee di frattura secondo le appartenenze nazionali.

Le guerre degli anni Novanta successive all’implosione della Jugoslavia avrebbero ricalcato le contrapposizioni e anche i luoghi dei più accesi scontri della guerra civile 1941-’45 che vide contrapporsi non solo partigiani e collaborazionisti, ma anche comunisti e monarchici, croati cattolici e serbi ortodossi, serbi e musulmani, albanesi e serbi nel Kosovo.

Le recenti e continue scoperte di fosse comuni e di foibe nella ex Jugoslavia contenenti resti umani testimoniano e confermano che non furono solamente gli italiani della Venezia Giulia, del Carnaro e della Dalmazia a venire travolti dai massacri che nella fase finale del conflitto accompagnarono il consolidarsi della dittatura comunista a Belgrado. Si trattava di una rivoluzione sociale di stampo bolscevico, istituzionale (il re in esilio mai più avrebbe fatto ritorno) e nazionale (a scapito della comunità italiana nelle terre che dovevano venire annesse).

Al vertice della catena di comando che organizzò tali stragi sedeva Tito, il quale godeva del sostegno di Stalin ed era stato accettato come interlocutore al posto dei nazionalisti di Mihajlović (screditati per aver collaborato con gli occupanti italiani prima e tedeschi poi in funzione anticomunista) in quanto, come riconosceva cinicamente Winston Churchill, «uccideva più soldati tedeschi» rispetto all’altra componente della resistenza jugoslava.

Tali efferatezze dimostrano, se ce ne fosse bisogno, quanto sia stata opportuna la condanna da parte del Parlamento Europeo del comunismo alla pari del nazismo. Sarebbe perciò opportuno che il Parlamento italiano mettesse invece mano al regolamento in base al quale Tito risulta dal 1969 Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Un’onorificenza da togliere cui corrisponde invece una medaglia d’oro al valor militare che deve essere ancora conferita al gonfalone della Città di Zara nonostante la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’attribuzione risalga all’epoca del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. E il capoluogo dalmata fu martirizzato dai bombardieri angloamericani proprio su istanza di Tito, che aveva presentato surrettiziamente il cuore dell’italianità dalmata come una base militare da annientare.

Pragmatici ragionamenti emersero negli ambienti governativi londinesi anche quando gli ufficiali giunti a Trieste al termine della Seconda guerra mondiale denunciarono ciò che videro durante i Quaranta giorni di terrore scatenati dall’Ozna, la polizia segreta creata da Tito ed indirizzata da informatori locali.

La risposta, come si evince nelle ricerche del compianto William Klinger, fu che bisognava lasciar fare, la guerra in Asia proseguiva e bisognava tener buono l’alleato sovietico al quale Tito faceva capo; prossimamente tuttavia questi crimini sarebbero stati utili per denunciare le efferatezze dei regimi comunisti. Ciò che era imprevedibile agli occhi degli occidentali, che spesso durante la Guerra Fredda considerarono lo schieramento avversario come un monolite saldamente legato a Mosca e non colsero né le sfumature di carattere nazionalista né le velleità autonomistiche dei regimi satelliti, fu l’espulsione di Tito dal Cominform.

Dopo aver incassato grazie alla copertura sovietica consistenti allargamenti territoriali a scapito dell’Italia alla Conferenza di Pace, il despota jugoslavo rimase con l’amaro in bocca per non avere ottenuto né Trieste né la Carinzia, cercò di fagocitare il Partito Comunista Albanese, tentò di attrarre il PC bulgaro nella sua sfera d’influenza ed infine sostenne i comunisti nella guerra civile greca, auspicando di recuperare il vecchio sogno jugoslavista di annettersi la Macedonia e affacciarsi al mare Egeo con il porto di Salonicco.

Tanto avventurismo contrastava con la spartizione in zone di influenza concordata alla conferenza di Yalta e mirava a creare una Jugoslavia leader del comunismo balcanico capace di intaccare la supremazia del Cremlino, la cui risposta fu appunto l’espulsione di Tito dall’organizzazione di coordinamento dei partiti comunisti nell’estate 1948.

A rimarcare il suo allontanamento da Stalin, Tito sarebbe stato tra i fondatori ed i promotori dei Non Allineati, organizzazione internazionale che si rivolgeva specialmente ai Paesi che stavano uscendo dalla colonizzazione e non avevano intenzione di restare ingabbiati nelle contrapposizioni e nelle conflittualità della guerra fredda.

Si trattava di mosse di politica internazionale che andavano a indebolire Mosca, perciò il tiranno jugoslavo cominciò a godere di particolari attenzioni oltreoceano: silenzio sui crimini compiuti, ampio spazio sui rotocalchi per Tito e la sua first lady che accoglievano nella sfarzosa residenza di Brioni capi di stato, attori di Hollywood e vip, sovvenzioni finanziarie grazie alle quali il despota poteva ostentare i successi del suo modello socialista di autogestione.

Nei confronti delle colonie che volevano affrancarsi dalla dominazione europea, Tito non aveva problemi a rispolverare i suoi trascorsi di leader di una lotta partigiana capace di liberare da sola il proprio territorio.

Non andava tuttavia a ricordare gli aiuti che gli venivano paracadutati dagli anglo-americani, nemmeno l’imprevedibile fortuna di potersi accaparrare armi, munizioni e vettovagliamento del Regio Esercito dissoltosi come neve al sole dopo l’8 settembre e neppure il supporto sovietico nella battaglia per la liberazione di Belgrado e successivamente a livello diplomatico per realizzare le proprie rivendicazioni espansioniste.

Il prestigio così acquisito presso i giovani Stati indipendenti del Terzo Mondo si concretizzò tra l’altro nelle donazioni di animali esotici che contribuirono a realizzare lo zoo che impreziosiva la residenza di Brioni della coppia presidenziale.

Riavvicinatosi a Mosca all’epoca della destalinizzazione per poi riallontanarsi allorché fu enunciata la dottrina della “sovranità limitata”, Tito operò con destrezza e spregiudicatezza sulla scena politica internazionale, offrendo ai capitalisti occidentali manodopera a buon mercato. La FIAT ne approfittò investendo nella Zastava di Kragujevac e regalando allo scaltro statista croato una trionfale accoglienza allorché venne in visita allo stabilimento di Torino: acclamato dai compagni operai mentre sfilava in macchina sorridente a fianco del magnate Agnelli.

Una volta defunto Tito e soprattutto dopo la fine della guerra fredda, la Jugoslavia non allineata non faceva più comodo a nessuno e si avviò allo sgretolamento, schiacciata dall’inflazione e dal debito estero accumulato nei decenni precedenti e sconvolta dai rinascenti nazionalismi.

 

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