Sondrio , 10 novembre 2014   |  

“Io, volontaria al muro di Berlino”: il racconto di una valtellinese

In occasione del 25esimo anniversario della caduta del muro, Veronica Pozzi condivide con i lettori di Valtellinanews la sua esperienza di vita al memoriale berlinese

Berlinermauer

Il muro di Berlino in un'immagine del 1986, tre anni prima che fosse demolito

Domenica 9 Novembre ricorre il 25esimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Venticinque anni, come l'età che avevo quando ho vissuto per due mesi nella capitale tedesca, dove ho operato come volontaria presso il Memoriale del muro di Berlino .

La prima cosa che mi ha colpito quando sono scesa dalla stazione della metropolitana Nordbahnhof in Gartenstraße, nel cuore pulsante della città dove il memoriale fu creato, è stata un'immensa fila di paletti disposti lungo il marciapiede. Alti, di color bronzeo, si susseguono l'un l'altro in una linea retta che dà un senso di rigore e di chiusura, di un luogo prigioniero che non ammette alcuna fuga. Sono stati posti accanto ai resti originari del muro che il memoriale ospita e lo continuano idealmente, in modo soffocante.

Pian piano, mentre trascinavo languidamente la mia valigia a fianco di questo strano miscuglio di pali e muro in Bernauer Straße, mi resi conto di quanto la zona del memoriale fosse vasta. Era la primavera del 2013 e un'inusuale sole faceva capolino dalle famigerate nubi grigie berlinesi, posandosi su quanto il memoriale mi offriva. A breve avrei percorso mille volte quel chilometro che separa la Nordbahnhof dalla fermata della metropolitana di Bernauer Straße e che racchiude il sito del memoriale. Di lì a poco, avrei scoperto la croce di legno che restituisce dignità alle tombe del cimitero del cimitero di Sophien, dissacrate per far spazio alla costruzione del muro. Avrei scoperto la torretta di guardia ancora intatta, che un tempo controllava la cosiddetta “striscia della morte”, un lembo di terra di nessuno posto fra i due muri, quello di confine fra Est e Ovest e un altro, più interno, nell'Est, che fungeva da avvertimento per i fuggitivi. A presidiare la striscia della morte v'erano soltanto i cecchini, con l'ordine di sparare a qualsiasi cosa si muovesse. Da qui il nome del luogo.

Non a caso il memoriale è stato costruito in questa zona della città. Fu proprio qui, infatti, che vi fu la maggioranza di tentativi di fuga. In questo punto la lacerazione in due della città raggiunse livelli estremi. La gente, in un primo periodo, saltò verso la libertà dalle finestre delle case che davano su Bernauer Straße: il marciapiede su cui atterravano apparteneva già all'Ovest. Quando iniziarono a murare le finestre di queste case di confine e ad imporre ai loro residenti di traslocare in una zona più interna nella parte Est della città, la gente iniziò a scavare tunnel sotterranei, nella speranza di trovare sotto il suolo quella via di salvezza che era ormai preclusa sopra. Al memoriale, è ancora visibile una casa cui furono murate le finestre, mentre delle lastre di metallo scuro solcano l'erba: stanno ad indicare i punti dove scavarono i tunnel. Alcune colonne informative documentano con fotografie e interviste le storie di coloro che hanno tentato la fuga sottoterra, con il cuore in sussulto al minimo rumore, con la paura di una mamma di non poter riabbracciare i propri figli, con il sorriso della famiglia nel rivedere il padre emergere dal suolo, nell'Ovest.

«No, questo memoriale non c'entra nulla con l'East side gallery, il tratto di muro con i graffiti ancora visibile al lungofiume». Avrò ripetuto questa frase una miriade di volte, mentre assolvevo al mio compito di volontaria di dare informazioni ai turisti. Provenienti da tutto il mondo, con una spiccata quota dal Sud America, sembravano confondere il memoriale del muro e la sua valenza di testimonianza storica con un'altra zona di Berlino. A dire il vero, forse le differenze non sono poi molte. In fin dei conti, in entrambi i luoghi, il muro è ora uno spazio aperto ed è stato restituito all'anima della città, che ne ha fatto parte integrante della sua vita quotidiana. Fu così che mi capitò, al memoriale, di imbattermi in mamme e papà che spingevano passeggini di fronte a una finestra che commemora le vittime del muro, in studenti assorti dalla corsetta quotidiana dove i tunnel furono scavati o in lavoratori che si affrettano per prendere la metropolitana. Oltre che in frotte di turisti speso stonati con la serietà del posto.

Molti sono le persone strampalate che ho incontrato percorrendo in lungo e in largo la zona del memoriale. Ma le persone che più mi sono rimaste nel cuore e me l'hanno scaldato sono stati gli altri volontari. Si tratta di una strada di arzilli anziani, molti dei quali ha vissuto sulla propria pelle i tempi del muro e si alza ogni giorno con l'obiettivo piccolo ma tenace di condividere la propria esperienza diretta con alcuni dei visitatori che inonderanno il memoriale. Alle 12 in punto, a turno, questa schiera di volontari suona le campane della Cappella della riconciliazione, la chiesa del memoriale, per avvertire dell'inizio di una cerimonia in cui si leggerà la biografia di una delle vittime del muro. Con Alice ed Eugenia, le altre due ragazze italiane partite con me per questo progetto di volontariato, ci siamo ritrovate spesso a parlare del significato di questa cappella. Durante il periodo del muro, rimase intrappolata nella striscia della morte, lasciando senza punto di riferimento i suoi fedeli che vivevano nell'Ovest. Studiatamente distrutta dalla Repubblica democratica tedesca, fu poi ricostruita nel 2000 nello stesso luogo dove si trovava originariamente. All'argilla usata sono stati aggiunti piccoli detriti ricavati dalle macerie della precedente chiesa. Al suo interno, diversi anziani tedeschi, tutti volontari, sfidano il freddo per essere presenti, per i visitatori, in quel luogo così controverso della loro gioventù. Queste persone sono il vero valore aggiunto di un memoriale che altrimenti rimarrebbe vuoto.

Mi chiedo cosa ne sarà del memoriale una volta che l'ultimo testimone oculare se ne sarà andato. La vita umana, per natura, non è eterna. Mi chiedo se la memoria saprà esserlo. Talvolta, a fine giornata, mi piaceva fermarmi ed ascoltare quel silenzio che gridava un dolore lancinante. E, al contempo, un dolore così difficile da comprendere, per una persona giovane come me. 1961-1989: fra la creazione e l'abbattimento del muro stanno racchiuse due generazioni, così vicine ma così diverse, madre e figlia. Eppur sono nata nel 1988, il muro dovrei comprenderlo. Invece, da un anno a questa parte, mi ritrovo a pensare alla mia incapacità di comprendere ciò che la mia mente non riesce ad immaginare e a formulare. Mi trovo divisa fra un non-luogo che mi porto dentro ma la cui piena essenza mi sfugge ancora, intrappolandomi in un'immensità nebbiosa e imperscrutabile di cui non riesco a darmi ragione. Al muro, confrontandomi con altri giovani provenienti da diverse parti del mondo, ho constatato quanto i confini di ciò che fu siano a noi sfuggenti. Tuttavia, credo, saremo proprio noi, dalla nostra seppur fragile posizione, a dover tramandare ai nostri figli il senso di ciò che fu, che già ora forse suona troppo distante, remoto, lontano.

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